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Allarme dei produttori di energia: «Italia nei target Ue solo nel 2085»

Nei padiglioni virtuali della fiera Ecomondo in versione digitale c’è umore cattivo. Le facce corrucciate e i toni tristi negli schermi del telelavoro sono anche per la brutta figura dell’ennesimo “click day” finito nella paralisi informatica — ieri le forche caudine sono toccate al buono sconto statale su bici e altri veicoli a basso impatto ambientale — ma soprattutto per l’abisso che divide le promesse entusiaste dei politici dal pessimismo delle imprese verdi. Un esempio fra tutti: secondo Elettricità Futura (l’associazione confindustriale delle società elettriche) le norme attuali impongono che entro il 2030 si costruiscano centrali a energia rinnovabile per 65mila megawatt. E, stando ancora alle norme attuali, quando sarà possibile conseguire questo obiettivo già modesto del 2030? Nel 2085.

Questo accade perché le norme attuali rendono impossibile costruire le centrali che gli investitori e l’ambiente esigono. Per avere un’idea dei tempi, è come se nel 1955 (quando c’era il Governo Scelba, una Fiat 600 Berlinetta costava 600mila lire e una Nsu Prinz 700mila lire) i politici avessero programmato un piano di investimenti da completare nel 1965 ma effettivamente realizzabile nel 2020. La dimensione dell’assurdo è monumentale.

Pessimo umore

Ieri è stata la prima imbronciata giornata di Ecomondo, la ventiquattresima edizione della fiera dell’ambiente e della sostenibilità che dai padiglioni della fiera di Rimini l’Italian Exhibition Group ha dovuto dematerializzare nella virtualità informatica, causa quarantena. A fianco di Ecomondo si sono svolti i consueti eventi degli Stati Generali della green economy (edizione numero nove) e di Key Energy, la sezione dedicata all’energia pulita e all’efficienza energetica.

I dati presentati dal coordinatore degli Stati Generali della green economy, Edo Ronchi, dicono che sembrano sfuggire fra le dita gli obiettivi ambientali che un anno fa sembravano a portata di mano. Colpa dell’epidemia virale ma anche di una società dispersiva e poco coesa: quel divario che si allarga fra chi parla e chi fa.

Segnali di debolezza

Accade negli impianti per riciclare i rifiuti, soffocati quelli esistenti e paralizzati quelli da costruire; le imprese sollecitano meno regole assurde.

Accade nei grandi temi. L’anidride carbonica nell’aria è sempre più concentrata ed è arrivata allo 0,0417%, il clima è ancora più incostante, e poi (dice Ronchi) «il trasporto pubblico e la sharing mobility sono fortemente calati, gli interventi di rigenerazione urbana hanno subito rallentamenti, le produzioni agroalimentari di qualità hanno sofferto per la flessione dei mercati esteri, del turismo e della ristorazione».

Antri segnali di pessimismo. A Key Energy una ricerca del Politecnico di Milano fotografa le energie rinnovabili in Italia e delinea le proiezioni per i prossimi anni e, dice Gianni Silvestrini, dovrà «più che triplicare l’attuale potenza fotovoltaica e più che raddoppiare quella eolica occorre con un netto cambio di passo dal punto di vista autorizzativo».

Perché non si sbloccano gli investimenti verdi? La burocrazia dei politici e dei funzionari con il terrore di autorizzare, dice Agostino Re Rebaudengo presidente di Elettricità Futura. Un mercato paralizzato dalle norme che non dà agli investitori certezze di rientro, aggiunge a Key Energy l’economista Alessandro Marangoni.

Si cercano soluzioni

Non a caso il parlamentare cinquestelle Gianni Girotto è riuscito al Senato a imporre regole in base alle quali le Regioni entro sei mesi perché individuino le aree idonee dove poter istallare impianti a fonti rinnovabili, con una semplificazione nell’iter dei progetti (fronte autorizzazioni) e regole per semplificare il mercato energetico (fronte mercato). Le imprese dicono: tutto giusto ma davvero servono altre regole per regolare le regole che non regolano?

La soluzione ripetuta dai ministri che hanno partecipato ai convegni virtuali di Ecomondo sta nelle speranze riposte nel Recovery Fund, nel Green Deal europeo e nel Next Generation Ue di Ursula von der Leyen.

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