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Allarme credit crunch Patrimonio a rischio e più imposte

Al momento è ancora presto per aver dati ufficiali. Ma i segnali che si raccolgono sul mercato vanno in una sola direzione: dopo una prolungata fase di stand-by, in cui le banche hanno assorbito il maggiore costo della raccolta, nel corso delle ultime settimane le cose sono cambiate. E così, l’aumento dello spread – e quindi del costo di finanziamento degli istituti – avrebbe iniziato gradualmente ad essere trasferito sui nuovi prestiti. È una legge del mercato: se la materia prima costa di più, a parità di altre condizioni, anche il prezzo del prodotto finito aumenterà.
Sia chiaro: il rialzo del costo finale dei nuovi prestiti sarebbe “calmierato” da tassi Euribor che risultano ancora negativi, visto quello a 1 mese viaggia attorno al -0,37% e quello a 3 mesi allo -0,32%. Ciò che starebbe iniziando ad allargarsi sono gli spread applicati dalle banche sui tassi base. Del resto, in parallelo al rialzo dello spread tra BTp e Bund registrato a partire da maggio (da 120 ai 281 punti base di ieri), anche i tassi sui bond bancari si sono mossi al rialzo. E visto che i bond valgono del resto circa il 15,5% della raccolta totale delle banche – una quota sufficiente per far aumentare il costo medio del finanziamento – l’effetto è netto. Secondo i dati Bloomberg (si veda Il Sole 24Ore dello scorso 29 settembre)dal 15 maggio i rendimenti dei bond quinquennali rispetto al tasso “neutro” mid-swap sono aumentati di 110 punti base per UniCredit, di 119 per Intesa Sanpaolo e di 155 per Ubi Banca. Complice la tensione, alcune banche si stanno tenendo addirittura lontane dal mercato per evitare un rincaro.
Se l’aumento del costo del funding è una faccia della medaglia dell’impennata dello spread BTp-Bund, l’altra è l’indebolimento del patrimonio degli istituti. Colpa del deprezzamento dei bond governativi, che ogni trimestre deve essere registrato nella apposita riserva di valore: nel secondo trimestre, il Cet 1 ratio in media è sceso di 36 punti base, altri 8 punti – secondo Morgan Stanley – è la perdita secca del terzo trimestre. Tutte le banche (tranne Carige, che è al lavoro sul nuovo capital plan) mantengono buffer di sicurezza rispetto ai minimi imposti da Bce. Eppure i margini si assottigliano. La possibilità ventilata dal governo di ridurre la deducibilità delle imposte differite attive (Dta) secondo Equita Sim potrebbe costare altri 6 punti base di Cet 1.
Il guaio è che se la si guarda dal punto di vista del credito a famiglie e imprese, ratio patrimoniali più bassi vogliono dire una sola cosa: una minore capacità delle banche nell’erogare credito, perché minore è il capitale che può essere accantonato per ogni impiego. I problemi italiani peraltro si innestano in una cornice europea che certo non aiuta. Le nuove regole imposte dalla cosiddetta Basilea 3.5, ha stimato ieri l’Eba, causeranno un rialzo del 16,7% del capitale Tier 1 minimo richiesto. Mentre i nuovi principi contabili Ifrs9 costringeranno le banche ad essere più selettive nella concessione del credito. Tutti elementi, questi, che contribuiscono ad alimentare un timore: quello di una possibile stretta al credito, uno scenario di cui nessuno sentiva la mancanza.

Luca Davi

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