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Allarme Bce sul lavoro in Italia “Disoccupati giù, ma non basta”

La disoccupazione in Italia scende, ma il calo «non è significativo », dice la Banca centrale europea. Mentre su poco più di un milione di nuovi contratti firmati tra gennaio e luglio appena 27 mila sono a tempo indeterminato. Il 2,5% del totale, certifica l’Inps. Dati che piombano sui tavoli del governo nei giorni in cui si decidono i nuovi e annunciatissimi sgravi per le assunzioni dei giovani da inserire in manovra. Un’attesa che forse, assieme all’incertezza sul futuro dell’economia, spinge le imprese a preferire il lavoro non stabile, in vista del bonus 2018. E, orfane dei voucher, a rispolverare un antico interesse per i contratti a chiamata (+125%) e in somministrazione (+20%).
Un’Italia con tre milioni di disoccupati, dunque. E con la tendenza alla precarizzazione. Tanto basta per finire, assieme alla Slovenia, nella lista nera della Bce. Perché non soddisfa nessuno dei tre parametri presi ad esame da Francoforte, si legge nel Bollettino economico diffuso ieri. Non ha ridotto di almeno tre punti il tasso dei senza lavoro, nel triennio successivo al picco della crisi. Non l’ha smussato neanche di un quarto. E non è neppure in grado di garantire un livello inferiore a quel picco per cinque anni. Tutto vero, se consideriamo il 12,7% di disoccupazione segnato nel 2014, sceso solo all’11,7% nel 2016, anziché al 9,7% prescritto come obiettivo minimo. Spagna, Cipro, Portogallo, Slovacchia ce l’hanno fatta. Persino la Grecia, in almeno un obiettivo su tre. L’Italia no. Di qui la bacchettata di Francoforte.
D’altro canto, le previsioni di crescita non sono tutte rose e fiori. Il Pil dell’Eurozona – dice la Bce – avanzerà del 2,2% quest’anno, un po’ meglio delle attese. Ma poi scenderà all’1,8% nel 2018 e all’1,7% nel 2019. «La ripresa è più vigorosa, mostra segni di tenuta, ma esistono rischi al ribasso», scrivono gli esperti della massima autorità monetaria d’Europa, guidata da Mario Draghi. Tra i rischi, «fattori internazionali e mercati valutari». Ecco perché nonostante l’apporto di donne e migranti spinga in modo significativo Pil e occupazione nei paesi dell’euro, il resto sembra scricchiolare. A partire dall’inflazione che non ne vuol sapere di alzarsi al livello obiettivo del 2% (sarà 1,5% quest’anno e 1,2% il prossimo). Ecco perché Draghi è prudente sul Quantitative easing, l’operazione straordinaria di acquisto di titoli che per ora continua, «nuove decisioni saranno prese in autunno ».
Uno scenario assai incerto, dunque. Che d’altro canto si riflette nel comportamento delle aziende di casa nostra. L’offerta di lavoro aumenta, non c’è dubbio: tra i primi sette mesi del 2017 e lo stesso periodo del 2016 il numero dei contratti aperti, calcola l’Inps – al netto di quelli chiusi – si è impennato del 30%, da 825 mila a un milione e 73 mila. Tanti. Ma per il 97% si tratta di contratti a termine. Questo è il punto. Una formula che piace ovunque, ma soprattutto al Nord Est (+35). In Emilia Romagna (+38%). Tra gli under 24 (+40%). Nel settore del commercio, alloggio, ristorazione (+45%). E con buste paga alleggerite (-2,5%). L’apprendistato ritrova nuovo slancio. Così i contratti più precari, come lavoro intermittente e somministrato, tornati in auge dopo l’abolizione dei voucher.
L’effetto annuncio del governo di sgravi nuovi di zecca gioca un suo ruolo. Le aziende attendono di capire l’entità del prossimo bonus (50% dei contributi azzerati per under 29 o 32). Nel frattempo assumono con prudenza. Offrono contratti con paghe medio-basse, a termine. O si affidano alle agenzie del lavoro (job on call). Devono anche capire se la ripresa è strutturale o no. Se l’export tirerà ancora, se la domanda interna non tornerà a inabissarsi.

Valentina Conte

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