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Alla prova del prossimo dividendo

Chiusa la partita dei conti ai nove mesi, per le banche si apre quella finale: i dividendi. L’attenzione di management, soci (e in particolare di quelli più importanti, cioè le Fondazioni), risparmiatori e autorità di vigilanza a questo punto si concentra sul risultato d’esercizio e sulla possibilità per gli istituti di credito di remunerare gli azionisti. Le riflessioni sul tema dovranno però tener conto non solo dei numeri attuali e degli auspici dei «proprietari»: l’orizzonte si estende agli imminenti appuntamenti con la valutazione approfondita di rischi e attivi e con gli stress test, cioè gli esami che preparano l’unione bancaria europea con l’assunzione dei nuovi compiti di vigilanza nel novembre 2014.
Prudenza
Le dichiarazioni dei banchieri sul tema sono prudenti. E non è difficile immaginare, scorrendo l’elenco delle principali banche italiane, che a distribuire la cedola sarà una minoranza. È dunque possibile che per quanto riguarda il monte dividendi del settore si rivedano cifre non lontane dai minimi toccati negli anni scorsi. Gli istituti nell’immediato pre-Lehman hanno remunerato gli azionisti con 7,4 miliardi nel 2006, 11,8 nel 2007 e 11,1 nel 2008: in tutto dunque 30,3 miliardi. Poi nel 2009 lo stop dei maggiori istituti ha fatto crollare le cedole a 1,3 miliardi in tutto, con Intesa Sanpaolo che non ha distribuito, Unicredit che ha deliberato di non corrispondere nulla per cassa ma di procedere a un aumento gratuito e Mps che ha tagliato di cinque sesti la remunerazione. Si arriva così al 2012 e primi sei mesi del 2013: in tutto i soci delle banche hanno incassato rispettivamente 1,4 e 1,6 miliardi.
Il nodo
A «soffrire» della carestia sono in particolare le Fondazioni, il cui totale attivo è costituito per il 96% da attività finanziarie. Nel 2007 e 2008 gli enti di origine bancaria hanno incassato rispettivamente 2 e 2,3 miliardi. Nel 2009 il crollo: 480 milioni. Importo non lontano da quelli del 2011, pari a 677 milioni e del 2012, 445 milioni. Spiccioli dunque rispetto al passato mentre, nel frattempo, dall’avvio della crisi finanziaria internazionale, e in particolare dal 2008, le Fondazioni hanno messo a disposizione delle banche nazionali 8,6 miliardi, 7,5 per aumenti di capitale e 1,1 in obbligazioni convertibili. Iniezioni che hanno permesso agli istituti di conseguire i maggiori coefficienti patrimoniali richiesti dall’Eba, l’Autorità bancaria europea.
E si arriva così alla prossima campagna dividendi. Che vede i banchieri in sostanza in una posizione tutt’altro che comoda: in sostanza sono fra l’incudine delle authority e il martello dei soci, anche se questi ultimi devono essere a loro volta naturalmente prudenti. La ragione è molto semplice. La revisione della qualità degli attivi e gli stress test potrebbero portare in alcuni casi ad adottare misure di rafforzamento patrimoniale. E poiché i soci hanno già contribuito e dispongono di poco per intervenire ancora, non resta che la strada del rafforzamento interno. Che preventivamente può dunque richiedere la maggior «ritenzione» possibile di utili (quando ci sono). Gli stessi azionisti, che da un lato vorrebbero ripristinare una maggior redditività del loro investimento e auspicano dunque che i banchieri vadano in questa direzione, dall’altro sono anche consapevoli che gli istituti devono il più possibile «cavarsela da soli» per poter far fronte agli esami in arrivo. Di conseguenza non hanno molti margini per spingere a favore di una generosa distribuzione degli eventuali profitti.
Diverse priorità
Ecco dunque che anche le banche teoricamente meno preoccupate di fronte ai futuri test si sbilanciano per il momento il meno possibile. Intesa Sanpaolo ha già accantonato 624 milioni per remunerare i soci e il neo consigliere delegato Carlo Messina ha definito il dividendo una «priorità assoluta», ma attende che Bankitalia si pronunci dopo l’ispezione avviata in vista dell’esame Bce. Federico Ghizzoni di Unicredit dice che «ci sono risorse» per una cedola «uguale a quella dell’anno scorso, ma dovremo fare le verifiche a fine anno». Victor Massiah di Ubi si augura di poter continuare nella tradizione della remunerazione però sottolinea che è troppo presto per parlarne. Il Banco Popolare è in utile ma l’amministratore delegato Pier Francesco Saviotti finora si è limitato a dire che la banca tornerà al dividendo «al più presto». Anche Bpm è tornata al profitto tuttavia la restituzione dei Tremonti bond si è riflessa sui ratio patrimoniali e la banca ha già in cantiere l’aumento di capitale. Comunque la situazione sul «ponte di comando» della Popolare di Milano appare troppo fluida perché si possa avere una qualche garanzia sul tema del dividendo.
Per i banchieri italiani comunque il capitolo test e authority è solo uno, pur importante, di quelli attualmente sul tavolo. Per tornare a ragionare sulla remunerazione dei soci vanno anche risolti i nodi relativi alla crescita dei crediti dubbi, al ritorno sul capitale ancora negativo nel 2012, alle ristrutturazioni in corso con i tagli al personale, alla revisione del modello di business. La strada del dividendo passa perciò attraverso una «rivoluzione industriale» che dovrà coinvolgere tutti, soci compresi.

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