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«Alla fine l’intesa si farà. Ma è Londra a perderci. Uscire dall’Unione è sempre una sconfitta»

«Anche dopo la Brexit saremo amici con il Regno Unito, ma c’è una differenza sostanziale tra essere membri della Ue e non esserlo».

È meno pessimista di altri, Antonio Tajani, sull’esito del negoziato con Londra. Ma il presidente del Parlamento europeo pone paletti insuperabili alla trattativa.

Il Consiglio europeo ha espresso una posizione unanime e ferma nei confronti del Regno Unito: non ci saranno sconti. E dalla cena con il premier britannico Theresa May, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker è uscito dicendosi «dieci volte più pessimista» sull’esito della trattativa.

«Anch’io ho incontrato Theresa May nei giorni scorsi. Sicuramente bisogna tener conto che la Gran Bretagna è in campagna elettorale. E secondo me è anche un bene che i britannici votino, in modo che il prossimo governo abbia forza e stabilità. Detto questo, l’elemento più chiaro è che tra gli europei ci sia una forte coesione. Noi dobbiamo tutelare i nostri interessi, in primo luogo quelli dei tre milioni di cittadini della Ue che vivono nel Regno Unito, fra i quali mezzo milione di italiani. E questo si può fare solo se rimarremo uniti nel corso della trattativa».

Ma esiste un gap enorme tra le due posizioni. Angela Merkel ha parlato addirittura di «illusioni britanniche», quanto al futuro status del Regno Unito.

«Credo sia normale che all’inizio di ogni negoziato ognuno ribadisca le proprie posizioni con nettezza. Mi sembra scontato che la May dica che loro vogliono ancora essere nel mercato unico. Ma è ovvio che il Parlamento europeo non voterà mai un accordo che non tuteli in modo adeguato i nostri cittadini. O che le due agenzie europee attualmente basate nel Regno Unito, la European Banking Authority e la European Medicines Agency, non potranno restare lì e dovranno traslocare».

È plausibile che alla fine non ci sia alcun accordo e si proceda per decisioni unilaterali?

«Io sono convinto che alla fine un’intesa ci sarà. Ma sono anche convinto che la Gran Bretagna si troverà in una situazione peggiore, che i cittadini britannici non staranno affatto meglio di oggi. Direi la stessa cosa per qualsiasi Paese dovesse decidere di lasciare l’Unione, dalla quale traiamo tutti benefici enormi».

Oggi è la giornata mondiale della libertà di stampa. Ma il rapporto di Giornalisti senza frontiere per il 2017 afferma che la libertà di espressione «non è mai stata così minacciata negli ultimi 15 anni». È preoccupato? E cosa fa o può fare l’Unione Europea per impedire questa deriva?

«Su 180 Paesi, la situazione dei media è peggiorata in oltre 130. La Turchia è uno di quelli che sono più scivolati verso il basso. È una situazione molto preoccupante: nessuna vera democrazia può sopravvivere se si mette la sordina ai media, impedendo loro di fare il proprio mestiere. Il Parlamento europeo sulla Turchia ha approvato una risoluzione e più volte ha fatto sentire la sua voce nei casi di giornalisti arrestati e trattenuti in carcere senza processo, ultimo quello dell’italiano Del Grande. Ricordo che la libertà di stampa fa parte dei criteri di Copenaghen, indispensabili per poter aderire all’Unione Europea. Per questo l’Europarlamento finanzia il Centro per la libertà di stampa e dei media e sostiene anche il monitoraggio permanente dei media in Europa, condotto dall’Istituto universitario europeo di Firenze».

Non c’è solo la Turchia. Preoccupazioni per la libera stampa esistono anche in Paesi membri della Ue, come l’Ungheria.

«Se è per questo, oltre all’Ungheria, anche altri Paesi membri vengono citati negativamente nel rapporto di Giornalisti senza frontiere: Polonia, Grecia, Austria, Lussemburgo».

Ma non dovrebbe la Commissione avere una maggiore capacità di intervento in questi casi?

«Per far questo ci vorrebbero ulteriori cessioni di competenze. Ma credo che nella situazione attuale sia importante sollevare il problema, anche per impedire strumentalizzazioni. Non bisogna infatti farsi scudo della libertà di stampa, ecco un altro tema di questa giornata, per dire cose non vere o lanciare campagne denigratorie, o diffondere fake news grazie alla totale assenza di controlli sulla Rete. Pensiamo alle piattaforme telematiche, che rilanciano in automatico ogni tipo di informazione e contenuto. La stessa Brexit ha offerto un esempio di questa strumentalizzazione, l’onda della disinformazione è stata ampia. Basta pensare al famoso recupero dei 10 miliardi di euro dalla Sanità come conseguenza positiva dell’uscita dalla Ue: un falso assoluto. Ci sono stati casi molto gravi. Ricordiamoci le menzogne circolate sulla povera sorella di Laura Boldrini. Oppure pensiamo all’uso che anche organizzazioni terroristiche fanno della Rete»

E come impedirlo?

«I vari motori di ricerca dovrebbero darsi dei codici di autocomportamento, ma questo non basta. Assenza di verifiche sui contenuti informativi significa anche violenza. I media sono liberi solo se sono credibili. Il messaggio che vorrei lanciare oggi è che se si vuole tutelare la vera libertà di stampa occorre anche bloccare le fake news, costringendo Facebook, Google e quant’altro a rispettare regole severe, anche con leggi comunitarie».

Paolo Valentino

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