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Alla Fed arriva la Yellen, paladina del lavoro

«GLI americani avranno una paladina dei loro interessi, che capisce che il fine ultimo della politica economica è migliorare le vite dei lavoratori e delle loro famiglie». Non è solo retorica la frase con cui Barack Obama saluta lo storico voto del Senato, il sì definitivo alla sua nomina di Janet Yellen come nuova presidente della Federal Reserve. Molti segnali indicano che l’avvento della prima donna al vertice della banca centrale più potente del mondo, coincide con una nuova centralità del lavoro. Proprio ieri al Senato un drappello di repubblicani ha rotto la disciplina di partito e ha votato insieme ai democratici un recupero delle indennità di disoccupazione, che erano scadute per 1,3 milioni di persone lasciandole senza alcuna integrazione di reddito. La questione sociale viene dibattuta sulla grande stampa americana, nel 50esimo anniversario della War on Poverty lanciata da Lyndon Johnson. Ultimo democratico a potersi permettere un vigoroso potenziamento del Welfare State, Johnson fu nell’ambito sociale il degno continuatore di Franklin Roosevelt e John Kennedy. Ma 50 anni dopo, constatano tutte le analisi, quella “guerra alla povertà” è stata sostanzialmente perduta. La percentuale di americani sotto la soglia della sussistenza, oggi al 15%, è di poco inferiore ai livelli degli anni Sessanta.
Che cosa può cambiare l’avvento della Yellen alla guida della Fed? “Paladina dei lavoratori”, lei lo è stata già nella sua veste di numero due, al fianco del presidente uscente Ben Bernanke. Democratica di sinistra (mentre Bernanke è repubblicano), la Yellen da anni esercita un’influenza forte in seno alla Fed. E proprio sui temi del lavoro. E’ lei ad avere spinto gli economisti della Fed su un nuovo filone di ricerche: per capire gli effetti della disoccupazione di lungo periodo. Più voltrattuale  nei suoi discorsi la Yellen ha lanciato un allarme: chi resta senza lavoro per periodi prolungati, è esposto a un duplice rischio. O finisce per scoraggiarsi, cessa di cercare un posto, quindi esce dalle statistiche della disoccupazione e in questo modo riduce la percentuale della popolazione attiva (un fenomeno che minaccia la produttività dell’intero sistema paese). Oppure si accontenta di lavori sempre meno pagati, perde ogni forza conpresidente sul mercato: e questo contribuisce a spiegare la stagnazione dei salari, la perdita di potere d’acquisto nelle fasce più deboli del mercato del lavoro.
A queste novità sul fronte dell’analisi, corrisponde una svolta politica della Fed. Negli ultimi anni la banca centrale, anche per impulso della Yellen che ha spostato gli equilibri politici interni, ha interpretato in modo innovativo il proprio mandato istituzionale. La ricerca
del pieno impiego è diventata la stella polare della politica monetaria. Il “quantitative easing”, i massicci acquisti di bond per generare liquidità, sono stati orientati a perseguire aggressivamente una riduzione della disoccupazione. Ora la Yellen, che assume la guida della Fed dal primo febbraio, si trova di fronte a una sfida. Il “quantitative easing” ha avuto successo, la crescita americana è ripartita, il tasso di disoccupazione è sceso dall’11% al 7%. Di conseguenza la Fed ha iniziato la graduale riduzione dei suoi acquisti di bond, che da 85 miliardi mensili sono scesi a 75 e dovrebbero continuare a scendere. Ma di quanto, e a che velocità? La Yellen si è battuta per ridefinire l’obiettivo “pieno impiego”. Ora la Fed punta a ridurre la disoccupazione al 6,5% e anche più in giù.
Benché gli acquisti di bond decrescano, Bernanke ha annunciato che i tassi resteranno inchiodati a quota zero ben oltre il raggiungimento del 6,5% di disoccupazione. La prima prova per la Yellen, nel corso del 2014, sarà proprio questa: dare ai mercati delle certezze su una politica monetaria procrescita estesa a un orizzonte temporale molto largo, per intervenire sui fattori strutturali che indeboliscono i lavoratori.

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