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Alla confisca da decreto 231 efficacia anche retroattiva

di Giovanni Negri

Società responsabile anche se il profitto del reato è stato percepito in una data anteriore all'entrata in vigore del decreto 231. Lo stabilisce la Corte di cassazione con sentenza depositata ieri che ha affrontato il caso del sequestro preventivo disposto dal tribunale di Genova di circa 4 milioni e mezzo di euro, importo ritenuto equivalente al profitto ottenuto da una srl per il reato di corruzione in atti giudiziari, realizzato dall'amministratore nell'interesse della società.

Tra i motivi del ricorso aveva trovato posto anche il fatto che una misura cautelare come quella decisa dai giudici genovesi poteva essere disposta solo nei confronti del profitto che fosse stato conseguito dopo l'entrata in vigore del decreto n. 231 del 2001. In questa prospettiva il momento di consumazione del reato non ha rilevanza, mentre bisogna invece fare riferimento solo al momento di percezione del profitto.

Una tesi che però la Cassazione non condivide, ribaltando la conclusione della difesa: infatti, il principio di legalità sancito dall'articolo 2 del decreto 231 condiziona l'applicazione delle misure sanzionatorie (quale può essere sicuramente definita la confisca) a un'esplicita previsione normativa «sia in ordine all'illecito sia in relazione al tipo di sanzione, precisando che debba essere entrata in vigore prima della commissione del fatto».

È quindi quest'ultima che deve essere presa in considerazione per accertare l'applicabilità della sanzione e per «fatto» (tenendo conto che il decreto 1231 non si applica a fatti antecedenti la sua entrata in vigore) va inteso ciò che costituisce il reato. Il momento di realizzazione del profitto è cioè del tutto irrilevante «in quanto esso costituisce solo l'oggetto della sanzione-confisca, che ha il suo presupposto nell'esistenza, appunto, del reato accertato con sentenza, condizione che il reato risulti commesso nella vigenza del decreto legislativo n. 231 del 2001».

Sarebbe paradossale, invece, sottolinea la Cassazione, acconsentire alla tesi della difesa che condurrebbe a ritenere applicabili alle società sia le sanzioni pecuniarie sia quelle interdittive ma non quella della confisca, spostando la confiscabilità dal momento della commissione del reato a quello della percezione del profitto. E, per quanto riguarda la corruzione, il reato si consuma quando alla promessa corruttiva fa seguito la dazione/ricezione dell'utilità.

Lo stesso precedente richiamato dalla difesa (sentenza n. 316 del 2007) non si può calare nel caso esaminato visto che allora si trattava di una truffa aggravata ai danni dello Stato, a consumazione prolungata con esclusione delle condotte precedente l'entrata in vigore del decreto 231, ma la corruzione in atti giudiziari si consuma al momento della promessa e dell'accettazione dell'utilità.

 

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