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Alla cassa i colossi del web

Dal 1° gennaio 2017 le multinazionali di internet dovranno versare al fisco italiano le imposte sugli utili realizzati sul «territorio» nazionale, anche se solo virtuale. Ma non chiamatela web-tax: il prelievo inciderà sulle aziende non residenti che realizzano transazioni digitali con continuità pari almeno a sei mesi e con un fatturato di almeno 5 milioni di euro all’anno. In attesa degli sviluppi internazionali, soprattutto quelli in sede Ocse nell’ambito del progetto «Beps», ad annunciare l’introduzione di una digital tax è stato il presidente del consiglio, Matteo Renzi, nel corso di un programma televisivo. «I grandi player dell’economia digitale mondiale come Apple e Google hanno un sistema per cui non pagano le tasse nei luoghi dove fanno business», spiega il premier, «l’Italia ha deciso di attendere la normativa europea per tutto il primo semestre del 2016, ma già dalla prossima legge di stabilità immaginiamo una forma digital tax diversa da quella ipotizzata in passato. Non si arriverà a cifre spaventose, ma è una questione di giustizia sociale». A fargli eco è stato ieri il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica, sottolineando che l’intervento annunciato da Renzi si basa sulla proposta di legge presentata nel maggio scorso alla camera da due deputati Sc, Stefano Quintarelli e Giulio Sottanelli. Zanetti ha precisato che ora che i tecnici di via XX Settembre svolgeranno «ulteriori approfondimenti» e che la norma «non costituisce una nuova tassazione», limitandosi ad assoggettare al regime tributario italiano le imprese del web estere che realizzano transazioni digitali per almeno 5 milioni di euro annui. In alternativa viene prevista una ritenuta alla fonte sulle transazioni del 25%.

Scelta civica stima un gettito di 2-3 miliardi di euro l’anno. Francesco Boccia (Pd), presidente commissione bilancio della camera e già ideatore della web tax, aggiunge che «è giusto aspettare l’Europa, anche se ci ha fatto perdere tre anni di gettito» ed evidenzia come «il modello inglese secondo cui ogni paese sceglie l’imposizione diretta si allontana dall’idea di unione fiscale. Meglio il modello tedesco, che prevede un’armonizzazione dell’Iva».

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