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Alla Bce la decisione chiave sulle banche

È la Banca centrale europea a dover far fronte alla prima onda d’urto degli effetti del referendum greco. Nelle prossime ore il suo presidente Mario Draghi si consulterà con i governi europei sulla linea da tenere nei confronti delle banche greche. A queste consultazioni potrebbe seguire un Eurogruppo e forse nela serata di martedì un vertice dei leader dell’Eurozona.
Già nella serata di ieri ci sono stati colloqui fra Draghi e altri membri del consiglio, oltre che con i vertici dell’organizzazione della banca, in particolare i responsabili delle operazioni di mercato subito dopo la chiusura delle urne in Grecia e la diffusione dei primi dati favorevoli al «no», mentre per stamattina è prevista in teleconferenza una riunione del consiglio direttivo per decidere se, e in che forma, continuare il sostegno alle banche greche attraverso la fornitura di liquidità di emergenza (Ela). Ieri sera era attesa una richiesta da parte delle autorità greche di aumentare il tetto fissato la settimana scorsa a 89 miliardi di euro, per far fronte alle fughe dai depositi già avvenute. Ma l’istituto di Francoforte è pronto a verificare e ad affrontare l’impatto, potenzialmente molto più devastante dal punto di vista sistemico, anche sull’altro fronte che lo vede impegnato in prima linea, quello del possibile contagio dalla Grecia al resto dell’area euro. Qui, la Bce ha a disposizione uno strumentario più vasto per cercare di attutire il colpo. Ma si troverà in «territorio inesplorato», dove molti osservatori temono una deflagrazione dei mercati come quella seguita al collasso della Lehman Brothers.
La crisi greca richiede interventi praticamente in tempo reale. L’esito del referendum, ha detto alla vigilia il vicepresidente Vitor Constancio, ha ripercussioni sulle decisioni della Bce solo in quanto rende più o meno probabile un accordo fra Atene e i suoi creditori. Sia la solvibilità delle banche greche, sia la loro disponibilità di collaterale, le due condizioni per l’Ela, dipendono dallo status del sovrano. Nelle casse delle banche greche era rimasto venerdì, a detta dell’associazione delle stesse banche, più o meno un miliardo di euro, il che basterà sì e no a far fronte fino a oggi al continuo deflusso di fondi, seppur limitato a prelievi di 60 euro. Un’ulteriore riduzione di questo tetto ai prelievi è possibile, mentre è probabilmente irrealistico che le banche possano riaprire regolarmente questa settimana, come aveva dichiarato prima del voto il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis.
La riapertura degli sportelli appare anzi per il momento un’ipotesi remota, indipendentemente dall’esito del voto.
Anche il mantenimento dell’Ela ai livelli fissati la settimana scorsa, che pure non è scontato, non fornirebbe infatti al sistema bancario alcuna risorsa per far fronte alle ulteriori fughe dai depositi, mentre la Bce sarà invece sotto nuova pressione, all’interno del consiglio, per limitare l’’Ela o quanto meno introdurre restrizioni all’uso del collaterale (un aumento del cosiddetto haircut), il che porterebbe per alcuni istituti a un risultato analogo. La soluzione estrema della cancellazione dell’Ela costringerebbe invece le 4 grandi banche greche a restituire immediatamente fondi che non hanno e le ridurrebbe al fallimento, senza possibilità di essere ricapitalizzate da uno Stato altrettanto privo di risorse.
Il problema più grave nei rapporti fra Grecia e Bce sorgerà però il 20 luglio, quando scadono titoli del debito greco per 3,5 miliardi di euro, cui devono aggiungersi 750 milioni di cedole. Si tratta di obbligazioni acquistate dalla Bce fra il 2010 e il 2012 in base al programma Smp per soccorrere il mercato del debito dei Paesi in difficoltà nella fase acuta della crisi dell’eurozona (Francoforte detiene ancora 19 miliardi di euro di bond greci, di cui altri 3,2 miliardi in scadenza ad agosto).
Anche in caso di un’immediata ripresa del negoziato fra Atene e i suoi creditori, non è facile che vengano approvati in tempo aiuti alla Grecia che le consentano di far fronte alle sue obbligazioni nei confronti della Bce il 20 luglio, anche perché ogni mossa richiederebbe l’approvazione del Bundestag e di altri Parlamenti nazionali. Un default verso la banca centrale, che si sommerebbe a quello, senza precedenti fra i Paesi avanzati, verso il Fondo monetario, che si è consumato la scorsa settimana, renderebbe di fatto pressoché insostenibile la presenza della Grecia nell’euro. Quella del 20 luglio diventa allora la data cruciale.
La Bce si sta però anche attrezzando per far fronte al contagio dalla Grecia agli altri Paesi più vulnerabili dell’area euro. «Abbiamo gli strumenti – ha detto Constancio – per affrontare la situazione». Nei giorni scorsi, Benoit Coeuré, altro consigliere della Bce molto vicino a Draghi, aveva parlato della possibilità di adottare «nuovi strumenti», senza specificare quali. La banca può certamente accelerare, come aveva già previsto di fare prima della pausa estiva, interventi sui mercati con acquisti di titoli pubblici in base al suo programma di quantitative easing (Qe). Ha anche sempre aperta la liquidità illimitata per le banche, attraverso le normali operazioni di finanziamento, qualora si rendesse necessaria. Ha inoltre a disposizione il piamo Omt, varato nel 2012 e finora mai utilizzato, per l’acquisto mirato del debito di un Paese in difficoltà, a fronte di un programma economico concordato con l’Europa. Non servirebbe ad Atene, ma potrebbe essere utilizzato per soccorrere altri Paesi investiti dal contagio.

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