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Alitalia trema, tra esuberi e soci in fibrillazione

ROMA — Alitalia-Cai si prepara al più tormentato atterraggio della sua storia. I piccoli soci sono in fibrillazione, a pochi mesi dalla scadenza dei due lock-up — i vincoli che impongono agli azionisti di non vendere le azioni al di fuori di Cai — a gennaio e ottobre.
Ai tormenti degli azionisti si sommano da oggi le turbolenze sindacali con l’avvio del tavolo che potrebbe aprire una nuova fase di scontro, mentre sullo sfondo si staglia la necessità di reperire risorse fresche da iniettare in una società che rischia da qui a fine anno di danzare pericolosamente sul filo dell’articolo 2446 del codice Civile. Una condizione questa che impone la ricapitalizzazione in presenza di una diminuzione del capitale sotto la soglia di un terzo del totale.
Insomma, tre grattacapi non da poco per Andrea Ragnetti, l’amministratore delegato del gruppo romano da sei mesi, che oggi di buon mattino, inizierà questo ultimo trimestre da brividi del 2012 incontrando i sindacati della compagnia. Sul tavolo ci sono tagli in arrivo e nuovi sacrifici dopo quattro anni già durissimi per i 14mila dipendenti. Ma vista anche la necessità di dover rilanciare con forza le attività di Alitalia nel corso del 2013, potrebbe materializzarsi un colpo di teatro, una via d’uscita a sorpresa: l’ipotesi di 700 dipendenti in esubero potrebbe essere messa da parte in cambio di un nuovo contratto puntato ad una maggiore produttività, nessun recupero dell’inflazione o l’introduzione di contratti di solidarietà. All’interno degli esuberi calcolati da Alitalia rientra pure il nodo della manutenzione carrelli degli aeroplani e la collocazione degli addetti. Questa attività, fino ad oggi, è stata gestita da un polo di manutenzione di proprietà di Alitalia ma un mercato in netto calo e l’annunciata retromarcia di Air France — che potrebbe non fare più ricorso alle “cure” dei tecnici italiani — hanno convinto il vettore a mettere in forse questo servizio.
Ma l’ostacolo più difficile da superare nelle prossime settimane riguarda la tenuta stessa di Cai e della cordata messa in piedi quattro anni fa da Silvio Berlusconi. La creatura nata dalle ceneri della fallita compagnia bandiera, non è riuscita fino a oggi a mantenere le promesse del piano Fenice di Intesa Sanpaolo. Il previsto pareggio dei conti non è mai arrivato anche se – dopo le perdite per 200 milioni registrate nei primi mesi del 2012 – nei corridoi della compagnia si parla di un possibile piccolo risultato positivo “visto” per la seconda metà dell’anno.
Una piccola consolazione — visti i tempi magri anche per i big del settore — che rischia di essere spazzata via dai mal di pancia interni alla cordata. I piccoli azionisti presto chiederanno conto del (cattivo) investimento effettuato nel 2008 e potrebbero passare all’incasso e uscire da Cai. Il valore delle azioni è crollato e diversi “piccoli” guardano a Intesa Sanpaolo, regista dell’operazione Fenice che ha messo
le ali alla nuova compagnia guidata da Roberto Colaninno. Dubbi che cominciano a emergere pure tra i soci dalle spalle più larghe che non vedono, ancora, una soluzione stabile o un matrimonio che possano mettere al riparo Alitalia, e i loro investimenti, da una fase molto critica per il trasporto aereo mondiale.

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