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Alitalia, stretta finale sulle garanzie

Con l’apertura dei nove seggi, da ieri è iniziata la consultazione sul preaccordo siglato al Mise dall’azienda e dieci sigle sindacali. Le urne verranno chiuse lunedì alle 16, e se prevarrano i sì, mercoledì è prevista la firma deinitiva dell’accordo, propedeutica all’avvio dell’operazione finanziaria.
Ma il referendum rischia di non essere l’unica incertezza sul futuro di Alitalia. Dal fronte dei soci, o meglio dei “creditori e azionisti” che dovrebbero garantire i due miliardi di risorse fresche, sembrano emergere prese di posizione sempre più nette e una distanza crescente tra gli italiani e gli arabi di Etihad. Non a caso Luca Cordero di Montezemolo, ieri assente all’assemblea di UniCredit di cui è consigliere, si troverebbe ancora ad Abu Dhabi, per negoziare – appunto – l’impegno degli emiratini.
Dopo le parole del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, sulla necessità di un piano “sostenibile”, ieri è stata la volta dei vertici di UniCredit. Con il ceo Jean Pierre Mustier e il direttore generale Gianni Papa a confermare lo stesso concetto ma con toni decisamente più perentori: «In tre anni abbiamo perso 500 milioni, sono tanti soldi», ha detto Mustier dopo l’approvazione di un bilancio 2016 in rosso per 11,4 miliardi sotto il peso delle svalutazioni di Npl e partecipazioni, tra cui Alitalia. «Abbiamo sempre sostenuto Alitalia e vorremmo continuare a farlo in futuro, ma dobbiamo essere certi che ci sia una soluzione sostenibile in una prospettiva di lungo periodo», ha aggiunto Papa «ogni decisione dovrà considerare in modo adeguato gli interessi dei dipendenti, dei clienti e degli azionisti di UniCredit». Dunque nulla va dato per scontato del piano da 2 miliardi, nè della sua sostenibilità né dell’impegno di UniCredit.
Sulla richiesta delle banche azioniste di avere una garanzia pubblica, una schiarita arriva dall’ultima bozza della manovrina che autorizza il ministero dell’Economia a deliberare e sottoscrivere, anche in più soluzioni, un aumento del capitale di Invitalia, fino a 300 milioni nel 2017. Sul secondo punto, si condiziona l’intervento all’impegno degli altri soci (anche se con Intesa e Atlantia l’asse sembra tenere), creditori (compresa Mps, che nonostante l’imminente statalizzazione pare defilarsi), i fornitori (Eni in primis), il partner arabo. E qui potrebbe aprirsi un altro fronte: l’impegno di Etihad a sobbarcarsi le spese del piano per il 49% di cui è titolare parrebbe non ancora formalizzato, come dimostrerebbe la permanenza di Montezemolo ad Abu Dhabi. E l’avvicendamento di James Hogan al vertice della compagnia di fatto costringerà a rinegoziare l’accordo con chi ne prenderà il posto, difficilmente un manager di manica larga – vista la situazione non facile anche di Etihad.
Per il presidente designato di Alitalia, Luigi Gubitosi, la «cura giusta richiede forte discontinuità per cambiare rotta», occorre «migliorare molto sul fronte dello sviluppo dove il piano è troppo timido», bisogna «accelerare con l’apertura di nuove rotte a lungo raggio e l’arrivo di nuovi aerei». A breve sarà operativa una nuova tratta con le Maldive e si prevedono rafforzamenti con le Americhe. Tra i segnali di discontinuità, non saranno confermate alla scadenza del contratto la chief customer officer di Alitalia, Aubrey Tiedt, che gestisce i rapporti con il personale navigante (la vicenda delle nuovi uniformi delle assistenti di volo che ha avuto non poche code polemiche) e Ana Maria Escobar, pricing and revenue manager. Plaudono i sindacati per le dichiarazioni di Gubitosi: per Claudio Tarlazzi (Uilt) «sono importanti e coincidono con quanto stiamo chiedendo da tempo: una reale discontinuità dell’azienda».

Marco Ferrando
Giorgio Pogliotti

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