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Alitalia, nuovo socio dopo le Europee. Atlantia si chiama fuori ma tratta

Atlantia alza il prezzo su Alitalia mentre Luigi Di Maio – viste le difficoltà a mettere insieme la cordata per il salvataggio – allunga, secondo indiscrezioni attendibili, il termine per la vendita oltre le elezioni europee. « Per formare un nuovo azionariato ci sono Ferrovie dello Stato, Delta e ministero dell’Economia. In base a quello che stiamo vedendo della torta manca un 15% – ha detto ieri ottimista il vice- premier -. I commissari stanno valutando, e le offerte stanno arrivando».
La partita, in realtà, è ferma al punto di febbraio. Anzi, da allora, ha fatto un passo indietro: Easyjet si è ritirata dal pool di potenziali compratori e i soldi sono arrivati solo da realtà sensibili alla moral suasion pubblica cui potrebbero ora aggiungersi altri nomi nell’orbita dello Stato come Invitalia e il fondo QuattroR, finanziato da Cdp e dalle casse previdenziali. Il tempo a disposizione però è poco: nessuna offerta è arrivata sul tavolo del ministro dello Sviluppo economico entro il termine del 30 aprile. I Toto si sarebbero sfilati e Alitalia – che brucia ogni giorno coltre un milione di euro del prestito ponte garantito dallo Stato – rischia di rimanere senza soldi entro fine anno. Il governo però – malgrado lo spettro della liquidazione – sembra pronto a rimandare il dossier (politicamente spinosissimo per i 5Stelle) a dopo le Europee: «È preferibile prendersi tutto il tempo necessario affinché i vari tasselli del mosaico risultino perfettamente incastrati tra loro – ha detto ieri il sottosegretario al Mise Davide Crippa – piuttosto che correre il rischio domani di dover rimettere mano per l’ennesima volta al dossier, magari in una nuova e potenziale situazione di irreversibile crisi » . Il problema, specie per i grillini, è chiaro. Un potenziale compratore per il 15% di Alitalia ancora senza padrone, c’è. Ma il nome è altamente indigesto per Di Maio: Atlantia, la holding dei Benetton che controlla gli Aeroporti di Roma, la stessa società cui il governo ha minacciato di ritirare la concessione sulle Autostrade dopo la tragedia con 43 morti del crollo del Ponte Morandi a Genova. La cassaforte di Treviso – formalmente – si è per ora tirata indietro sul dossier Alitalia: «Ci auguriamo possa trovare un assetto definitivo – ha ribadito ieri l’ad Giovanni Castellucci –. Noi abbiamo tanti fronti aperti al momento che non possiamo pensare di impegnarci su un altro così complesso». I Benetton, tra l’altro, hanno già investito nella compagnia all’epoca dei capitani coraggiosi voluti da Silvio Berlusconi, perdendo 230 milioni. Il “no” di oggi – dicono però molti osservatori – è tattico e negoziale: molti dei fronti caldi su cui è impegnata Atlantia in questi mesi (dai nuovi piani economici per le autostrade, alle guerre legali del dopo Genova ai cantieri da sbloccare) vedono come controparte il governo. E se l’ingresso in Alitalia servisse davvero a ” normalizzare” i rapporti, l’investimento potrebbe valere la pena: i 300 milioni necessari, per dire, sono già meno dei 513 circa stanziati per ora (tra opere di ricostruzione, risarcimenti e oneri vari) per pagare il conto del viadotto Polcevera. E una potenziale revoca della concessione, come ovvio, avrebbe conseguenze disastrose sui conti del gruppo.
La scelta, insomma, è politica e tutta in mano a Di Maio: decidere se e quando aprire una porta ad Atlantia. Calcolando che tra poco ci sono le elezioni europee e che la possibile liquidazione di Alitalia potrebbe essere molto più costosa anche a livello di immagine della riabilitazione della famiglia veneta. Qualche apertura ai Benetton è già arrivata anche dalla “pancia” dei cinque stelle. La senatrice Giulia Lupo, hostess di Alitalia e ascoltata consigliera su questo tema, ha lasciato intendere che non si metterebbe di traverso. Virginia Raggi ha elogiato ieri la « collaborazione con Adr e Atlantia » su Fiumicino. E anche dalla Lega si moltiplicano ( ultimo in ordine di tempo Giancarlo Giorgetti) i via libera al matrimonio con i Benetton.

Ettore Livini

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