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Alitalia, si tratta a oltranza Banche divise sul salvataggio

Il cielo sopra Alitalia diventa sempre più nero. I soci della compagnia aerea sarebbero ancora divisi su come finanziare il piano industriale che deve essere approvato dal consiglio di amministrazione riunito da lunedì 12 dicembre e poi sospeso, ufficialmente per chiedere maggiori dettagli all’advisor finanziario Lazard, ma che dopo 9 giorni resta ancora aperto.

Intesa Sanpaolo ed Etihad sarebbero pronte a fare la loro parte e a dare il semaforo verde al progetto di ristrutturazione e rilancio. Unicredit invece avrebbe posto la condizione di una conversione integrale di tutti i debiti della società in equity o in strumenti partecipativi per non alterare gli equilibri nel capitale. I maggiori creditori (già azionisti con un 40% complessivo) sono Intesa, che ha debiti per circa 78-80 milioni, e Unicredit con 20 milioni. Il punto, però, è: la conversione riguarderebbe anche i bond emessi da Alitalia? Secondo fonti vicine al dossier, se il rilancio della compagnia passa prima per un nuovo salvataggio, logica vorrebbe che tutti facessero la loro parte. Ma è facile intuire che un investitore come Generali, che ha sottoscritto un bond Alitalia per 300 milioni (con rendimento del 5,25%) sarebbe riluttante a farlo. Né potrebbe essere costretto a farlo.

Il tempo stringe. Non solo perché il pareggio di bilancio promesso nel 2017 da Etihad, che ha comprato il 49% nell’agosto 2014, non si è materializzato, ma perché le casse della compagnia sono vuote. Da un lato c’è l’esigenza di ricapitalizzare al più presto la società, che brucia oltre mezzo milione al giorno e chiuderà il 2016 con oltre 400 milioni di perdita netta, dopo i rosso di 408 milioni registrato nel 2015. Dall’altro la necessità di finanziare il futuro, che sarà nel lungo raggio. Etihad dovrebbe convertire il prestito di 230 milioni di dollari (circa 220 milioni di euro) concesso ad Alitalia con le cosiddette operazioni Box1 e Box2 al momento del suo ingresso del capitale, con strumenti finanziari tali da non far superare al vettore di Abu Dhabi la soglia del 49%, superamento che toglierebbe ad Alitalia i diritti di compagnia europea.

La ripatrimonializzazione permetterebbe al vettore di attivare la quota residua, pari a 180 milioni, delle linee di credito già aperte dalle banche creditrici attualmente congelate, per finanziare le prime fasi del piano industriale. Una sfida che forse non sarà portata a compimento da James Hogan. L’australiano ceo di Etihad e vice presidente di Alitalia avrebbe perso la fiducia del consiglio di sorveglianza della compagnia di Abu Dhabi e sarebbe in uscita nei prossimi mesi, secondo indiscrezioni riprese ieri dal quotidiano tedesco Handelsblatt . Forse si saprà qualcosa di più oggi: alle 18 l’azienda ha convocato formalmente i sindacati, dopo aver rinviato l’incontro per ben 3 volte.

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