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Alitalia Sette anni per decollare E il conto arriva a cinque miliardi

Dice Silvio Berlusconi ai militanti di Forza Italia: «Non è stata colpa mia se l’Alitalia è nelle condizioni in cui è». Roma, 8 dicembre 2013. Vigilia di un altro piano di lacrime e sangue, nel tentativo di mantenere a galla la compagnia. Gli esuberi sono 1.900. Fra di loro anche 280 piloti e 350 assistenti di volo, preludio a un ulteriore ridimensionamento del perimetro di attività. Una ritirata drammatica, imposta tanto dalla crisi che sta mettendo a dura prova tutte le compagnie aeree quanto da scelte profondamente sbagliate. Senza che nessuno, come al solito, se ne assuma la responsabilità.
Storia
Ecco perché mai come adesso è utile riavvolgere ancora una volta il nastro della storia recente. Partendo proprio da quella dichiarazione di Berlusconi: «Non è stata colpa mia…». Nel 2006, quando Romano Prodi ritorna a Palazzo Chigi, l’Alitalia è in condizioni pietose e solo un miracolo potrebbe salvarla. Miracolo che l’amministratore delegato Giancarlo Cimoli non è evidentemente in grado di fare. Non resta che metterla sul mercato, nella speranza che qualcuno se ne faccia carico.
Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa confesserà di aver bussato a tutte le porte dell’imprenditoria nordista, ma senza esito. In un clima che si fa sempre più pesante. A un certo punto salta fuori l’ex presidente della Rai e della Corte costituzionale Antonio Baldassarre, che si propone per guidare una cordata di imprenditori. Ma la cosa si sgonfia quasi subito, con strascichi imprevedibili. Baldassarre finisce sotto processo per aggiotaggio ed è notizia di qualche giorno fa la sua condanna a due anni in primo grado insieme all’ex presidente di Autostrade Giancarlo Elia Valori.
Da Lufthansa all’Aeroflot si defilano uno dopo l’altro anche i potenziali acquirenti esteri. Finché resta soltanto Air France-Klm. I francesi puntano a diventare la più grande compagnia aerea mondiale e l’acquisizione dell’Alitalia, pure malmessa, può servire. I loro soci olandesi invece sono scettici dopo la botta che hanno già preso qualche anno prima, quando la fusione fra Klm e Alitalia è saltata per le difficoltà politiche di trasferire a Malpensa la base operativa della compagnia italiana. Ma alla fine hanno la meglio i francesi. E fanno la loro offerta per rilevare l’Alitalia: 140 milioni per le azioni, un miliardo di investimenti e una piccola quota del capitale di Air France-Klm in mano allo Stato italiano. Accollandosi pure i debiti. Il tutto, ovviamente, subordinato al via libera dei sindacati. E non solo. Jean-Cyril Spinetta, presidente della compagnia franco-olandese, chiede anche il disco verde del futuro governo. In Italia l’esecutivo di Prodi è agli sgoccioli e il leader del nuovo Partito democratico, Walter Veltroni, si sta apprestando a una complicata campagna elettorale con ben poche speranze di vittoria. Berlusconi capisce che la presunta «svendita» alla Francia dell’Alitalia può rappresentare una delle chiavi decisive del confronto. E concentra il fuoco su quell’operazione, promettendo che una volta vinte le elezioni una cordata di imprenditori si incaricherà del salvataggio. Annuncia: «Se sarò premier non permetterò la vendita». Mentre anche i sindacati respingono l’accordo. E questo taglia definitivamente la testa al toro.
I Patrioti
Nei mesi che seguono succede di tutto. La pratica finisce nelle mani di Banca Intesa e di un gruppo di imprenditori per definire i quali Berlusconi arriva a scomodare la parola «patrioti». Il capo è Roberto Colaninno, che dichiara di aver investito in Alitalia «anche per una certa etica personale». Nel plotone spuntano concessionari pubblici, imprenditori in affari con lo Stato, la presidente di Confindustria… Arriva una cassa integrazione monstre, insieme a sgravi pubblici per le assunzioni. Mentre i vecchi debiti restano sul groppone della vecchia Alitalia. Non bastasse, ecco pure una deroga ai limiti antitrust che consegna alla nuova compagnia il monopolio sulla tratta Milano-Roma, quella più redditizia. Ma proprio quella si rivelerà una scelta strategica profondamente errata. Perché l’avversario non vola ma va sui binari, e contro l’alta velocità ferroviaria non c’è partita. Fa il resto la crisi che si materializza proprio mentre la nuova Alitalia sta nascendo. Con i francesi sempre presenti. Perché la compagnia di bandiera non gliela vendono, però consentono loro di diventare il maggiore azionista della nuova Alitalia, con la prospettiva di assumerne un giorno il controllo. Magari a costo zero: l’attuale valore, secondo Air France, della nostra compagnia.
Dunque cinque anni dopo siamo alla fatidica domanda: il conto dei miliardi (4 o 5) finora costati alla collettività è destinato ad esaurirsi qui? Difficile escluderlo, alla luce di quanto sta accadendo. Dopo aver tentato inutilmente di far intervenire in soccorso dell’Alitalia la Cassa depositi e prestiti, che ha gentilmente declinato l’invito, è toccato alle Poste partecipare all’aumento di capitale. Lo Stato che ritorna, sia pure con un curioso travestimento. Mentre un ministro (Maurizio Lupi, Infrastrutture) giura: «Mai e poi mai ripianeremo i debiti!». E c’è chi tifa per gli arabi, chi per i cinesi, e chi sotto sotto spera che alla fine la spuntino i francesi, che dopo essersi pappati le griffe del made in Italy si mettano una mano sulla coscienza. L’importante è che si riparta dal «Via!», come in ogni gioco dell’oca che si rispetti. Tanto la colpa di quello che è successo non è di nessuno. Anzi, a dire il vero non è proprio successo niente. I patrioti, qualcuno se li ricorda?

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