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«Alitalia, servono tagli per il rilancio Il governo mantenga le promesse»

James Hogan ama il rugby, viene dall’Australia e parla l’inglese franco e diretto di chi non ha un’eredità da difendere. Come presidente e amministratore di Etihad, lo preoccupano di più il presente e il futuro di Alitalia: meno di due anni fa la compagnia aerea di Abu Dhabi è diventata primo azionista singolo di Alitalia (49%), per un investimento industriale da 1,7 miliardi in tre anni. Ma da allora si sono accumulate perdite per centinaia di milioni. «Con gli altri azionisti Intesa e Unicredit lavoriamo bene. Ma il successo dipende da tutte le parti in causa — dice —. Dipendenti inclusi».

Siete uno dei pochi grandi investitori esteri in Italia. Che effetto fa?

«Come Etihad siamo giovani e siamo cresciuti in fretta perché eravamo liberi da eredità. La prima operazione è stata Virgin Australia. Grande successo. Poi l’alleanza strategica con Jet Airways in India, che ha un sistema politico complesso: abbiamo preso un’azienda sull’orlo del fallimento e siamo in utile da 21 mesi. Con Air Berlin stiamo ristrutturando drasticamente ma siamo riusciti a generare i ricavi previsti. Poi abbiamo investito in Air Seychelles e Air Serbia, due casi simili ad Alitalia: governi che ci chiedono di salvare le loro compagnie. Abbiamo posto le nostre condizioni e ora entrambe sono in utile».

Si prepara a dire che con Alitalia è una storia diversa?

«Quando il governo mi chiese di pensarci, dissi no tre volte».

Perché?

«Temevo che le nostre condizioni non venissero rispettate e mi preoccupava il comportamento storico dei sindacati. D’altra parte l’Italia è un grande mercato. Dunque abbiamo messo insieme un piano per il pareggio e siamo stati chiari: una rete forte, più voli intercontinentali, attenzione al traffico interno. Ma francamente al nostro arrivo Ryanair aveva il 20% del mercato. Ora ha il 50%».

Lei aveva indicato dei requisiti alla parte italiana?

«Mi delude, come investitore, che alcune precondizioni non siano state rispettate».

Dentro l’azienda?

«No, all’esterno. Una delle questioni chiave era poter usare Linate e costruire lì una base molto più forte, cambiando la legge attuale in modo da poter volare anche aldilà dell’Europa. Purtroppo è tutto rallentato nelle procedure europee e nelle lobby interne fra Malpensa e Linate».

Chiede che il governo sia più fermo nel rispettare i patti?

«Come investitori rispondiamo del piano industriale e alle persone di Alitalia, che sono in gamba. Ma entrando in questo affare eravamo d’accordo che ci sarebbe stato un decreto per usare meglio Linate. E il governo avrebbe creato un fondo per rafforzare il turismo in Italia».

Non è successo?

«Né nel 2015, né nel 2016».

Il piano del governo non era di investire 20 milioni l’anno per dare visibilità all’Italia come meta turistica?

«Corretto. Se vogliamo ricostruire il nostro marchio in America, c’è molto da fare. Ed era un prerequisito. Oltretutto in gran parte dei mercati le grandi compagnie nazionali sono in qualche modo tutelate. Invece a Fiumicino ci sono sei compagnie low cost, mentre a Heathrow e a Charles de Gaulle zero».

Perché non ne parla con il premier Matteo Renzi?

«Lo facciamo. Ne parliamo anche con il ministro dei Trasporti Graziano Delrio. Pensiamo che Alitalia vada trattata come altre compagnie nazionali: noi pensiamo alle questioni di mercato e ai conti, ma occorre che anche gli altri protagonisti dell’azienda Italia facciano la loro parte».

Lei sembra più deluso dal governo che dai sindacati.

«No. Sono deluso anche dai sindacati. Quando ho fatto questo accordo sono stato molto chiaro con loro: avevo bisogno di tre anni di pace industriale per ricostruire l’azienda. Ora sono passati appena 18 mesi e in una vertenza per qualcosa che vale come un caffé lanciano uno sciopero».

Parla delle «facilitazioni di viaggio», i biglietti da uno o due euro ai dipendenti per volare alle basi di partenza?

«Già. Quello che mi preoccupa è che la nostra strategia è di far crescere l’azienda, ma se non ho interlocutori responsabili, per me diventa molto difficile. In tutte quelle compagnie in cui abbiamo investito, non abbiamo mai avuto uno sciopero. Qui l’hanno fatto su un benefit che non ha nessun’altra compagnia al mondo».

Non è che lei si lamenta già perché siete in perdita e teme scioperi quando annuncerà una ristrutturazione?

«Dobbiamo chiederci come aumentare la produttività del personale e massimizzare il numero di ore in cui un aereo può volare».

Secondo lei all’azienda servono meno dipendenti?

«Con la ristrutturazione potremmo aver bisogno di ridurre il personale, da un lato. Ma se cresciamo nel lungo periodo e aumentiamo gli aerei, mentre da un lato potremmo ridimensionare le competenze che non sono più importanti, dall’altro potremmo assumere più piloti, personale viaggiante e tecnici della manutenzione».

Quanti esuberi vede in percentuale al totale? E in che aree?

«Lo deve decidere l’amministratore delegato. In altri casi abbiamo ridotto gli uffici centrali e esternalizzato certe tecnologie, abbiamo creato efficienza sulla biglietteria e i processi, ma abbiamo preso più laureati e staff per il lungo raggio».

Volete rivedere anche i contratti esistenti, in modo da proteggere posti di lavoro?

«Certo. Dipende dalla definizione di proteggere. Siamo un’azienda di mercato e nel mercato non ci sono posti protetti. Ma è un dialogo, come in altri Paesi. Non si fa sciopero giusto per farlo. Chi lo fa, danneggia la propria azienda e la fiducia che si sta ricostruendo. Il contesto è la nostra intenzione di ampliare la nostra offerta, nel lungo raggio o anche nelle strutture della manutenzione a Fiumicino. Abbiamo una squadra che studia come ricostruirle, con i contratti giusti».

Nel frattempo la vera compagnia aerea italiana sta diventando Ryanair, con 15 basi. La sussidiano le Regioni?

«I vertici di Alitalia sono stati molto chiari con gli aeroporti regionali: dateci le stesse condizioni e permettete che Alitalia competa. È molto semplice».

Federico Fubini

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