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«Alitalia resti una compagnia privata Per salvarla servono 2 miliardi»

Due miliardi per salvare Alitalia. La stima è del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ieri ha delineato i numeri del finanziamento della compagnia per evitarle l’amministrazione straordinaria. Il calcolo di Calenda — in risposta a un’interrogazione durante il question time alla Camera — riguarda sia il nuovo capitale necessario, sia l’ammontare delle linee di credito per sostenere Alitalia nella ristrutturazione.

Nel dettaglio del piano di finanziamento circa 900 milioni sarebbero in carico alla compagine dei soci Cai di Alitalia. In primis le banche Intesa Sanpaolo e Unicredit. In veste di azionisti, certo. Ma anche come creditori, con la conversione in azioni delle linee di credito, alcune promesse ma non erogate, altre già in essere. E in veste di sottoscrittori di contratti derivati per circa 60 milioni.

Il salvataggio coinvolgerebbe anche Aeroporti di Roma (controllati da Atlantia, a sua volta socio di Alitalia) a causa di un risarcimento pendente di circa 50 milioni per effetto dell’incendio scoppiato a maggio del 2015 al Terminal 3 dello scalo, che ha finito per penalizzare la compagnia. E anche Montepaschi e la Popolare di Sondrio, destinate ad aumentare la loro partecipazione in Cai a causa di prestiti concessi ora da dover convertire. Anche Generali sarà costretta a fare la sua parte, perché esposta con Alitalia per 300 milioni tramite un’obbligazione con scadenza 2020 a rischio insolvenza.

Gli altri 900 milioni sono in carico ad Etihad. La compagnia emiratina, socia al 49% di Alitalia (partecipazione oltre la quale non può andare per i vincoli Ue) dovrebbe procedere alla conversione di due bond da 375 milioni. I restanti 525 milioni verrebbero erogati sotto forma di equity, compresi i 200 milioni del «piano di contingenza» a garanzia della sostenibilità del piano industriale.

Mancherebbero all’appello ancora 200 milioni. Dovrebbero garantirli ancora Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma qui è cominciata una trattativa sottotraccia con Cassa Depositi e Prestiti. L’ipotesi più accreditata — per evitare un default che costerebbe allo Stato circa 10 miliardi per le ricadute sul Pil e gli oneri sociali derivanti dalle migliaia di esuberi — è che debba intervenire Cdp Equity, la holding di partecipazioni della Cassa, il cui mandato è «investire in imprese italiane di rilevante interesse strategico». Ciò potrebbe avvenire tramite un prestito-ponte in cui anche le banche farebbero la loro parte. Fido coperto però da una garanzia del Tesoro in caso di perdite.

Lo schema che verrà usato è oggetto di studio, anche per non incorrere nei divieti della normativa Ue sugli aiuti di Stato. E per non essere sonoramente bocciato dall’opinione pubblica scottata nel 2008 da quella operazione di salvataggio che costò 3 miliardi di euro ai contribuenti. Ieri Calenda ha detto che «Alitalia è e deve restare una compagnia privata», ma ha aggiunto che «l’impatto per il bilancio dello Stato deve essere ridotto al minimo indispensabile».

In filigrana un’apertura velata alla garanzia pubblica del Tesoro su questi 200 milioni mancanti. Tutto si lega al piano sociale di riconversione. Quei 2.037 esuberi riducono di molto i margini di manovra del governo. Calenda ha precisato che «il taglio dei costi non può scaricarsi solo sul personale, ma deve riguardare l’intero perimetro». Oggi altro tavolo tecnico al Mise tra azienda e sindacati.

Fabio Savelli

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