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Alitalia, pressing su Delta. Il governo: vada oltre il 15%

Una corsa contro il tempo che ormai coinvolge anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, appena rientrato dagli Stati Uniti. Per convincere Delta Air Lines ad arrotondare la partecipazione nel capitale della futura Alitalia. La compagnia Usa ha deliberato un investimento di 100 milioni per il 10% della newco che prevede come altri soci Ferrovie dello Stato, Atlantia e ministero del Tesoro. L’esecutivo sta chiedendo uno sforzo aggiuntivo a Delta, soprattutto ora che in Atlantia c’è stato un avvicendamento con l’uscita di Giovanni Castellucci che finora aveva tenuto le redini del negoziato sulle rotte, sulla governance e sull’investimento promesso dagli americani.

Trapela l’insoddisfazione dei soci italiani per la condotta di Delta. Che già a marzo scorso aveva amareggiato Gianfranco Battisti, numero uno di Ferrovie, in un suo viaggio ad Atlanta. Ed Bastian, numero uno di Delta, non ha finora concesso tanto agli altri soci. Soprattutto sulle rotte verso il Nord America, ritenute le più remunerative, non accettando neanche una scontistica adeguata sui diritti di atterraggio di Alitalia negli hub di Boston ed Atlanta lavorando di concerto con le società aeroportuali. Aver incasellato Alitalia come partner e non socio alla pari di Air France-Klm e Virgin nella costituita joint-venture Blue Skies aveva fatto inalberare Castellucci e i suoi uomini, anche per la difficoltà di avviare alcune rotte su Fiumicino che farebbero accrescere i ricavi della controllata Adr.

Così è partita una moral suasion ai massimi livelli, che dovrebbe coinvolgere il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, che potrebbe dover gestire la partita in prima persona per risolvere l’impasse. Da Atlanta filtra la disponibilità ad accrescere la quota, che il governo vorrebbe almeno del 15% anche per attenuare lo stress finanziario cui sarebbe sottoposta Fs alle prese con investimenti da sei miliardi sui treni pendolari. Ma Delta avrebbe chiesto la costituzione di patti parasociali per poter contare di più di quel 15%, soprattutto per la scelta del capoazienda che guiderà Alitalia. E gli slot pregiati della compagnia da Milano Malpensa. La prima richiesta è stata rigettata da tempo, ma è chiaro che senza un partner di peso e l’accesso aperto al suo network l’operazione industriale non avrebbe alcun senso e farebbe scappare anche Fs ed Atlantia. La stessa holding, controllata al 30% dalla famiglia Benetton, non ha cambiato idea sulla bontà dell’investimento. Ma a Ponzano Veneto, sotto la regia di Gianni Mion, la volontà sarebbe quella di ridurre al minimo l’esborso finanziario per non dover poi battere in ritirata se il piano industriale non dovesse funzionare. Anche Battisti più volte ha detto di non voler superare il 30% della cordata, salvo poi digerire il 35% per realpolitik. Quel che è certo è l’ansia che attanaglia i Commissari di Alitalia che chiedono un accordo entro i primi di ottobre. Altrimenti c’è il rischio di dover chiedere allo Stato un altro prestito da 200 milioni. Cioè a noi.

Fabio Savelli

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