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Alitalia, missione rilancio Accordo sul personale e poi il piano industriale

Ci sono i manager, Francesco Caio alla presidenza e Fabio Lazzerini ad. Ci sono i soldi: tre miliardi, ennesimo gentile omaggio dei contribuenti italiani. Al decollo della nuova Alitalia (la terza nuova Alitalia in dodici anni) manca solo un particolare: il piano industriale. Necessario per evitare che il salvataggio della compagnia sia un flop come i precedenti, costati allo stato 12 miliardi di euro. Una cifra con cui oggi si potrebbero comprare in Borsa Lufthansa, Air France, Iberia e British Airways messe assieme.
Il tandem Caio-Lazzerini inizia l’avventura alla cloche del vettore con un compito che farebbe tremare i polsi a chiunque, ma con un piccolo surreale vantaggio: il Covid ha riportato all’anno zero tutto il settore. Facendo crollare il traffico (i voli commerciali sono il 60% in meno di un anno fa) ma costringendo tutte le grandi compagnie a ricorrere all’aiuto dello Stato e a pesanti ristrutturazioni per far quadrare i conti. Ecco perché un no della Ue all’intervento pubblico del governo Conte pare improbabile.
Il problema del nuovo vertice è però altrettanto chiaro: Alitalia oggi è la stessa compagnia che a inizio anno bruciava quasi un milione al giorno. E sarà necessario un «progetto in forte discontinuità con il passato» – copyright della ministra dei Trasporti Paola De Micheli – per evitare che i soldi stanziati per tenerla in volo facciano la fine delle precedenti, andando in fumo.
Le linee guida delle strategie allo studio degli advisor sono semplici: l’aerolinea nazionalizzata avrà una flotta simile a quella attuale di un centinaio di aerei – un settimo di Lufthansa e un quinto di Air France – si sgraverà dei debiti lasciati in eredità alla bad company, terrà l’hub a Fiumicino e punterà sul lungo raggio dove ci sono i clienti più ricchi e si vendono biglietti più cari. Facile a dirsi, difficile a farsi. E qui si gioca la sfida di Caio e Lazzerini. L’agenda sul tavolo è in salita: bisognerà raggiungere un accordo con i sindacati sugli organici necessari per il rilancio; c’è da rinnovare la flotta, operazione molto costosa; sarà necessario scegliere un alleato internazionale dopo la rottura dell’accordo con Air France. Sapendo che il candidato numero uno all’intesa, la Lufthansa, ha in questo momento ben altre gatte da pelare. Sono gli stessi scogli su cui si sono arenati i cinque commissari e i sei ad che dal 2009 si sono alternati – senza successo – al capezzale della compagnia. Un quadretto non proprio semplice con, ciliegina sulla torta, l’incognita dell’andamento del mercato. Alitalia ha già bruciato un bel pezzo della dote (400 milioni di prestito statale) incassata a inizio anno per superare la pandemia. E il rischio è di arrivare al decollo della nuova gestione con le pile già un po’ scariche.
La strada di Caio e Lazzerini, insomma, è piena di ostacoli. La loro nomina è arrivata a valle di un braccio di ferro politico tra le diverse anime della maggioranza e presidente e ad (uno sponsorizzato dai grillini, l’altro dal Pd) dovranno cercare di smarcarsi remando nella stessa direzione. Il primo banco sarà la distribuzione delle deleghe. Anche perchè Caio non è uomo da taglio di nastri.

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