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Alitalia, le Ferrovie restano sole si sfilano Lufthansa, Eni, Leonardo

Non c’è Lufthansa e non ci sono Eni, Leonardo o Cassa Depositi e Prestiti a salvare Alitalia. A poche ore dalla scadenza della procedura di vendita della ex compagnia di bandiera finita in amministrazione straordinaria, la linea aerea più grande in Europa ha detto no « ad un ingresso » che veda come partner « il governo italiano » . Un ” no” indirizzato a Piazzale della Croce Rossa dove il cda di Ferrovie dello Stato, invece, ha dato ieri il via libera all’offerta per l’acquisto di Alitalia. Offerta che darà al gruppo le chiavi della compagnia ma senza alcun supporto da parte di altre aziende di Stato — Eni, Cdp, Leonardo — che si stanno una ad una defilando.
Ieri l’amministratore delegato di Lufthansa, Carsten Spohr ha frenato ogni ulteriore indiscrezione sulla gara: «Possiamo immaginare una partnership commerciale in Alitalia ma non parteciperemo nella veste di co- investitori con il governo italiano » , ha spiegato Spohr commentando un possibile impegno da socio industriale accanto all’azionista Stato-Fs.
Subito dopo, in un crescendo che ha messo l’esecutivo all’angolo, hanno smentito ogni interessamento pure le aziende che avrebbero potuto sostenere Fs in questa missione: Eni ha spiegato, con un comunicato molto netto « di non essere stata coinvolta in alcuna operazione su Alitalia e l’ipotesi di un nostro ingresso nella compagnia è priva di fondamento».
Anche Leonardo, gruppo che si occupa di difesa e aerospazio, dopo una doccia fredda in Borsa sulla scia delle voci di ingresso in Alitalia, ha respinto qualunque coinvolgimento. Un altro niet molto deciso è partito dal presidente Acri, Giuseppe Guzzetti, che ha lanciato un monito: « L’ho detto e lo ripeto; è diventato un ritornello e sul punto siamo rigidissimi: Cassa Depositi e Prestiti non deve mettere un solo euro in Alitalia, per nessuna ragione. Il sistema delle Fondazioni mi ha incaricato di dire che noi non voteremo investimenti nella compagnia aerea ».
Intorno ad Alitalia, quindi, c’è il vuoto. E il cerino acceso resta tra le dita di Ferrovie dello Stato oggi ( ultimo giorno disponibile) svelerà l’entità della sua offerta. Si parla di una acquisizione aprezzi di saldo, vincolata al fatto di trovare il successivo sostegno di uno o più partner industriali che si occupino di far volare gli aerei iniettando (altro) denaro nella newco. Questo dovrebbe essere il volto della nuova Alitalia versione 4.0. Dopo la prima fallita nel 2008, la seconda dei Capitani Coraggiosi ceduta in stato comatoso a Etihad e fallita nuovamente al terzo tentativo, nel maggio 2017.
Ora però la partita si complica e i sindacati sono tutti sul piede di guerra. Incassata la chiusura di Lufthansa, le opzioni disponibili, oltre a Fs, sono solamente due: Delta, pronta a lavorare con Alitalia sul lungo raggio, assieme ad easyJet, alleata per intervenire sul federaggio (alimentazione) dei voli di breve e medio raggio. Molto più defilata la posizione della low cost dell’Est Europa WizzAir. Tutti però chiedono una decisa ristrutturazione dell’azienda e almeno 2mila esuberi.
Luigi Di Maio ieri, ai cronisti che gli chiedevano lumi, ha risposto solamente incrociando le dita e con un largo sorriso. Un sorriso che forse è tornato pure sui volti dei dipendenti della ex compagnia di bandiera, nonostante la richiesta di nuovi tagli al personale. Infatti, fino al 2020, molti di loro potranno andare in pensione con sette anni di anticipo, grazie ad una norma inserita nel pacchetto previdenziale. Questo passaggio renderà strutturale il prelievo di 3 euro aggiuntivi su ogni biglietto acquistato dai passeggeri, un balzello più volte criticato che era destinato a sparire a dicembre. E invece no: saranno ancora una volta gli utenti a pagare di tasca propria l’uscita anticipata del personale navigante over 58. Esattamente come ai tempi della prima Alitalia nel 2008.

Lucio Cillis

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