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Alitalia, la Ue rivede il vincolo del 49% e Etihad torna in corsa

Lufthansa si chiama fuori (per ora). Etihad a sorpresa prova a rigiocare le sue carte. Il salvataggio di Alitalia riparte stamattina con l’apertura delle prime manifestazioni di interesse – molto generiche – per l’acquisto della società o di sue parti. Sul tavolo dei commissari è arrivato un numero interessante di candidature (in queste fasi scoprire le carte non costa niente e consente di dare un occhio ai conti reali del gruppo) e la piacevole sorpresa di una riapertura di credito dei partner di Abu Dhabi «pronti a rafforzare i legami» con l’aerolinea italiana, come ha detto una fonte a Bloomberg, anche dopo l’ingresso in amministrazione straordinaria.
Un caso? Non proprio. Visto che la Commissione Ue sarebbe pronta secondo indiscrezioni ad ammorbidire il tetto di possesso del 49% per le aerolinee non europee nel capitale dei vettori comunitari. La sopresa potrebbe arrivare nelle prossime ore con la revisione delle linee guida che regolano le modalità di controllo di una società aerea del Vecchio Continente.
Non una rivoluzione, sia chiaro, ma un cambio di passo deciso verso un allentamento delle politiche che fino ad oggi hanno guidato l’Unione su questo versante. Il muro del 49% in sostanza non verrà abbattuto ma saranno introdotti criteri interpretativi su come il controllo debba essere calcolato. Di fatto permettendo un’interpretazione più estensiva, tanto che gli eventuali acquirenti che dovessero bussare alla porta dell’Europa per comprare quote di linee aeree non verranno sottoposti ad un iter lungo e impietoso.
Entro l’estate, confermano a Repubblica fonti vicine al dossier, le norme introdotte dal regolamento 1008 del 2008, «verranno affiancate da linee guida interpretative delle leggi in vigore. Questo con l’obiettivo di dare maggiori certezze sia alle compagnie aeree sia agli eventuali investitori extra Ue». Probabilmente si arriverà alla definizione di “luogo principale di attività” ovvero la nazione o continente dove opera in misura maggiore la linea aerea.
Alcuni di loro, in particolare Qatar Airways e Etihad, ci hanno provato di recente. Ma con risultati davvero deludenti e entrambi per acquisizioni avvenute proprio in Italia. Meridiana e Alitalia, sono infatti due tra le compagnie che hanno aperto le porte all’investitore del Golfo Persico costretti però a subire la regola del “49%” che chiude le porte a linee aeree o soci intenzionati ad acquisire l’intero pacchetto societario per gestire in solitudine l’azienda, senza interferenze pesanti da parte di altri soci comunitari.
Un macigno vero e proprio che negli ultimi anni ha prodotto guasti e aumentato, invece di ridurli, i problemi di gestione industriale delle compagnie. Alitalia è il caso di scuola: con in tasca il 49% del capitale del vettore, il gruppo Etihad è riuscito solo a rallentare di 3 anni la fine, nonostante il miliardo e 300 milioni messi sul tavolo per guidare (con una minoranza apparente) il volo di Alitalia. Che da «compagnia più sexy del mondo» come immaginato dai vertici del gruppo italo-arabo, si è trasformata nel secondo drammatico fallimento dopo il buco miliardario aperto pure dalla crisi di Air Berlin.
Dunque il protezionismo aereo in salsa europea non funziona. E i motivi sono presto spiegati da Willie Walsh, capo indiscusso di Iag (somma di British Airways, Iberia, Vueling e la neonata Level per il low cost intercontinentale), società partecipata col 20%, proprio da un gruppo “straniero”, Qatar Airways: «L’idea di entrare dalla porta principale in diverse compagnie aeree — come ha fatto Etihad in ben 9 aziende nel mondo acquisendo percentuali del capitale tra il 10 e il 49% — non porta a nulla. Perché — questa la sostanza secondo Walsh — non è mai chiaro chi sia a comandare. Un conto è avere investitori puri che non entrano nella gestione operativa della compagnia, altra cosa è cercare di tenere in mano la società con un pacchetto di minoranza ». E Qatar di come gestire il volo di Iag, almeno apparentemente, non si interessa.

Lucio Cillis

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