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Alitalia, gli azionisti approvano la fase due del piano industriale

Non è certo la risposta definitiva ai tanti problemi di Alitalia, ma è una boccata d’ossigeno che, per ora, allontana lo spettro del fallimento. La soluzione “tampone”, arrivata ieri mattina al termine di una trattativa a oltranza, condotta dal presidente Luca Cordero di Montezemolo e sostenuta dietro le quinte dal governo, passa per il “tiraggio”, vidimato da Intesa Sanpaolo e UniCredit, nel doppio ruolo di azionisti e creditori, e benedetto dagli altri soci, di 122 milioni di linee di credito rimaste finora congelate, sui 180 milioni resi disponibili dagli istituti (e in piccola parte già usati). Un via libera accompagnato da un ok di massima del cda sulle direttrici del piano industriale firmato dall’ad Cramer Ball, ma vincolato a un preciso percorso che, da qui a due mesi(esattamente quelli “coperti” dalla liquidità liberata ieri), il management dovrà mettere in campo e su cui sarà alta anche l’attenzione dell’esecutivo. «Siamo tutti a lavorare, insieme ai ministri Delrio e Padoan, affinché la situazione migliori e si possa riprendere a far crescere un vettore importante e per noi strategico», ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Gli ha fatto eco il collega dei Trasporti, Graziano Delrio. «Ogni volta che si raggiunge un nuovo risultato e si evitano crisi, siamo sempre soddisfatti, ma i problemi da affrontare sono strutturali».

Intanto, però, si procede per piccoli passi. «Il cda di Alitalia – si legge nella nota diffusa ieri dalla compagnia – ha approvato oggi (ieri, ndr), la seconda fase del piano industriale della compagnia. In una riunione separata, l’assemblea degli azionisti ha deliberato un finanziamento a breve termine per consentire al management di avviare, nei prossimi 60 giorni, un negoziato con i principali stakeholder (società di leasing aereo, fornitori, società di distribuzione e sindacati) allo scopo di ottenere il loro impegno su misure che portino a una radicale riduzione dei costi». Da cui passa, si fa capire molto chiaramente, l’impegno di soci e banche a rimettere mano al portafoglio per garantire nuove risorse che assicurino il rilancio vero dell’aviolinea.
«Tutti dobbiamo remare nella stessa direzione per dare ad Alitalia un futuro duraturo, sostenibile e di successo. E tutti dobbiamo dare il nostro contributo per trasformare le ambizioni di crescita e sostenibilità di lungo termine in realtà», ha detto poi Ball al termine del cda, che ha nominato Gaetano Miccichè e Federico Ghizzoni al posto dei dimissionari Jean-Pierre Mustier e Paolo Colombo, e che ha altresì ratificato la disponibilità, manifestata dai soci emiratini di Etihad, di “accollarsi” parte del debito della compagnia (si veda anche il Sole 24 Ore di ieri), circa 216 milioni, attraverso la sottoscrizione di una sorta di obbligazioni (tecnicamente spf, strumenti finanziari partecipativi) che non risolvono il problema della cassa ma rimpolpano il patrimonio, allontanando, almeno per il momento, la necessità di una ricapitalizzazione.
I dettagli della seconda fase del piano di Ball -, su cui, sempre ieri, i soci si sarebbero ricompattati dopo le voci di un indebolimento del manager australiano in casa emiratina – saranno resi noti a gennaio. Perché è chiaro che i contenuti stringenti, come chiedono a gran voce gli azionisti, dovranno essere messi nero su bianco da qui ai prossimi due mesi seguendo quei binari enunciati comunque ieri dalla compagnia: ridisegno del modello di business per puntare sul lungo raggio e cambiare strategia sul corto e medio (che dovrebbe passare attraverso la costituzione di due strutture ad hoc sotto il cappello aziendale); rivalutazione delle joint venture e rafforzamento delle attuali partnership con altre compagnie (con diversi attori alla finestra, dall’alleato storico Air France, da tempo nel mirino dei soci, ai tedeschi di Lufthansa), nonché realizzazione di nuovi accordi commerciali; e, soprattutto, riduzione dei costi e dell’organico. Un tema caldissimo, quest’ultimo, su cui si preannunciano nuovi scontri tra il management e i sindacati che ieri sono stati convocati dall’azienda.
Davanti alle sigle confederali e autonome, i vertici avrebbero indicato, stando a quanto si apprende, le due priorità su cui sarà necessario intervenire, la riduzione degli organici, come detto, e il nuovo contratto di lavoro, pena il mancato sblocco da parte dei soci, dopo la prima boccata d’ossigeno assicurata ieri, di ulteriori risorse per sostenere i piani di sviluppo della compagnia. Ma i sindacati, che hanno poi ribadito la loro «forte preoccupazione» per le sorti di Alitalia in una nota congiunta firmata da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto Aereo, hanno rispedito al mittente qualsiasi richiesta di confronto, compresa quella di un possibile blocco degli scatti di anzianità dal primo gennaio, se prima l’azienda non farà conoscere nel dettaglio il piano industriale scritto da Ball. Al quale, gli stessi hanno poi contestato l’assenza al tavolo di ieri. «È anche irrituale e poco rispettoso che, dopo giorni di attesa, l’ad scriva ai dipendenti di esuberi senza presentarsi all’incontro». La cifra circolata ieri, compresi esternalizzazioni e mancati rinnovi dei contratti a termine, sarebbe di 1600 posti a rischio anche se lo stesso Ball ha tenuto a precisare che il tema «non è ora sul mio tavolo: sto lavorando alla definizione dei dettagli del piano industriale».
È su questo, infatti, che si gioca (quasi) tutto il futuro di Alitalia. La compagnia, secondo fonti vicine al dossier, avrebbe poi incassato anche una prima apertura di Generali sul tema conversione del bond da 300 milioni (con scadenza nel 2020 e rendimento del 5,25%), che il gruppo ha sottoscritto nel 2015. Nessun via libera alla conversione in equity, su cui il Leone di Trieste mantiene il suo “no”, ma la disponibilità, seppure senza vincoli, a valutare possibili soluzioni che riguardino il debito (e interessi), ancora tutte comunque da individuare. Ma è u n ulteriore spiraglio in questa complicatissima congiuntura.

Celestina Dominelli

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