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Alitalia-Etihad, ecco il duello Caio-Del Torchio

Due a uno per l’amministratore delegato delle Poste, Francesco Caio, nella partita delle lettere scambiate con l’amministratore delegato di Alitalia, Gabriele Del Torchio. Ieri Caio ha preso di nuovo carta e penna chiarendo la sua posizione in un documento inviato per conoscenza a tutti gli azionisti della compagnia e alle banche. «Poste vuole e deve partecipare ad una operazione di tipo industriale», ha scritto, anche «al fine di escludere possibili contestazioni relative ad infrazioni alla normativa sugli aiuti di Stato, che potrebbero pregiudicare sia l’operazione con Ethiad che la possibile quotazione di Poste». Per questo, viene chiarito, «non vuole correre il rischio di dover far fronte a futuri fabbisogni aggiuntivi di Alitalia», eredità pesante del passato. Caio chiede patti chiari in continuità con la lettera inviata venerdì scorso e a cui Del Torchio aveva replicato sostenendo che le posizioni di Poste italiane non sono in linea con il piano e chiedendo un confronto risolutivo in tempi rapidi.
L’incontro, almeno per il momento, non è previsto ma sono al lavoro gli advisor e ieri è arrivata la seconda lettera spedita da Caio in cui, tra l’altro, Etihad viene definita «una concreta soluzione, sul piano industriale, per Alitalia e al contempo un partner strategico per Poste». Strategico sulla base delle sinergie approfondite in un paio d’incontri tra Caio e l’amministratore delegato di Etihad, James Hogan, che si sono tenuti negli ultimi giorni. Sempre che l’accordo vada in porto. Le iniziative di Caio, infatti, sono del tutto sgradite, oltre che al vertice di Alitalia, alle banche esposte con la compagnia. E, nell’attesa del consiglio di oggi e dell’assemblea di venerdì, che potrebbero non risultare l’atto finale della vicenda, c’è chi lavora per un colpo di scena, cioè l’esclusione di Poste dall’operazione.
Quattro, in particolare, le possibilità di collaborazione esaminate da Caio e Hogan, che hanno verificato ampie convergenze di vedute. Prima di tutto la previsione di un hub internazionale per lo smistamento di pacchi. Poi il progetto di piattaforma tecnologica per la vendita dei biglietti aerei presso gli uffici postali e quello per l’offerta di credit card mirate, previste anche in funzione di piani d’incentivazione della vendita dei rispettivi prodotti. Il quarto terreno di confronto, infine, è la messa a punto e commercializzazione di offerte commerciali a pacchetto che comprendono viaggi aerei e prodotti assicurativi.
Nonostante ciò Caio non ha alcuna intenzione di farsi carico neppure in parte dell’eredità disastrosa della compagnia. Poste ha già dato, sostiene, versando a dicembre 72 milioni nelle casse di Alitalia, sfumati in pochi mesi. Proprio per evitare sorprese il Ceo di Poste ha voluto metterlo nero su bianco con parole esplicite nel punto 5 dell’allegato alla lettera del 18 luglio. «Poste non concederà alcuna garanzia, non eseguirà alcun ulteriore esborso finanziario e non rilascerà, in nessun caso, alcun ulteriore impegno, qualora eventualmente richiesto a qualsiasi titolo», è scritto, facendo riferimento esplicito a «impegni di versamento eventualmente richiesti a causa di crisi di liquidità o di altro titolo». E ancora, giusto perché repetita iuvant, il concetto è stato ribadito così: «In altre parole, l’esborso di 38,96 milioni (quello richiesto alle Poste per la partecipazione al salvataggio, ndr ) dovrà avere effettive prospettive di ritorno di mercato senza ulteriore impegno finanziario». Con una conseguenza importante, e cioè che «ulteriori eventuali esigenze per far fronte alla continuità aziendale o all’assetto patrimoniale nei prossimi anni dovranno essere tutte coperte da altri soci diversi da Poste».
Il sì condizionato al piano Alitalia è stato ribadito ieri da Caio, a margine del comitato di presidenza della Confindustria. «Ci piace – ha detto -. «Abbiamo formulato una proposta che consideriamo ben strutturata in termini industriali e di ritorno per la nostra azienda. Non siamo speciali rispetto agli altri soci di Alitalia, ma diversi sì. Siamo un’azienda pubblica e abbiamo vincoli diversi. Siamo sotto la lente dell’Europa affinché il nostro contributo non si configuri come aiuto di Stato».

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