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Alimenti alla sorella casalinga

Il fratello che ha beneficiato dell’aiuto in casa della sorella, per più di quarant’anni, è tenuto a versarle gli alimenti.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza numero 15397 del 19 giugno 2013, ha accolto il ricorso di una 60enne contro la decisione della Corte d’appello di Genova che aveva riformato la sentenza con cui il tribunale aveva accolto la domanda di corresponsione di 250 euro a titolo di alimenti a carico del fratello.

Il caso.

Fratello e sorella del capoluogo ligure. Nessuno dei due si era sposato e lei era rimasta ad occuparsi della casa. Lui era un impiegato. Poi la donna, intorno ai sessant’anni si era ammalata. Le faccende domestiche erano diventate difficili. Per questo lui l’aveva messa alla porta. Così la signora si è rivolta al tribunale chiedendo gli alimenti. In primo grado la sua istanza è stata accolta. Poi la Corte d’appello ha ribaltato il verdetto. A questo punto la sessantenne ha presentato ricorso alla Suprema corte e lo ha vinto. La prima sezione civile, ribaltando il verdetto di secondo grado, ha accolto i suoi motivi sancendo che incombe sul fratello della donna un obbligo alimentare nei suoi confronti tanto più che malata e ormai non più autosufficiente.

Le motivazioni. La prima sezione civile ha ribaltato la decisione della Corte ligure osservando che la ricorrente aveva vissuto nella casa del fratello per 40 anni occupandosi delle faccende domestiche finché non è stata «messa alla porta». Ma non solo. Osservano gli Ermellini che, per via dell’età e delle condizioni fisiche cagionevoli, la donna non è in grado di provvedere al proprio mantenimento dando vita allo stato di bisogno che configura l’obbligazione a carico del fratello che ha beneficiato del suo «aiuto» in casa per anni: «L’obbligazione alimentare tra fratelli e sorelle» si legge in sentenza, «costituisce ipotesi secondaria e limitata», atteso che tale circostanza incide, ai sensi dell’art. 439 cc, solo sull’entità dell’obbligazione alimentare, non sulla sua sussistenza». Insomma, per la Suprema corte il ricorso andava accolto, «attesa la sostanziale irrilevanza delle capacità deambulatorie, in sé considerate, ai fini della valutazione di idoneità al lavoro della ricorrente e attesa, altresì, l’equivocità dell’indicata circostanza quale base della presunzione di disponibilità di somme sufficienti al proprio mantenimento». Anche se, conclude «Piazza Cavour», la pretesa alimentare rivolta a un fratello va stabilita con riguardo allo stretto necessario.

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