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Alimentare, le Pmi cercano nuovi mercati

Sulla scacchiera dell’industria alimentare mondiale il made in Italy continua a crescere, ma senza replicare le performance del recente passato. Vino, olio, pasta, formaggi e la miriade di prodotti tipici Igp e Dop si lasciano alle spalle un discreto 2014, chiuso con vendite per 27,1 miliardi di euro, con un aumento del 3,5% rispetto all’anno precedente. Da un lato si supera la soglia record dei 27 miliardi; dall’altro, però, l’incremento è modesto rispetto alle potenzialità del mercato e il trend di crescita risulta dimezzato rispetto a quello del 2012 e lontano dal +10% messo a segno negli anni 2010-2011.
«Non siamo del tutto soddisfatti per questo risultato, è una tenuta, perché la domanda di food italiano giustificherebbe ben altri numeri – è il secco commento di Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare -. Per quest’anno vediamo segnali di maggiore ottimismo e a parità di condizioni prevediamo un aumento delle esportazioni del 5,5-6%, grazie all’euro debole e all’aumento della competitività».
A spingere le vendite sui mercati mondiali saranno il mini-euro, il piano del Governo per la promozione del made in Italy e l’appeal delle specialità nostrane. Un effetto coordinato che dovrebbe fare da propellente all’export. «L’obiettivo è arrivare a 50 miliardi nel 2020 – incalza Scordamaglia –, traguardo da raggiungere anche grazie al piano speciale per promuovere il vero made in Italy in Nordamerica».
I mercati di Usa e Canada, infatti, sono la seconda piazza mondiale, dopo la Germania, per le specialità enogastronomiche italiane e soprattutto sono un mercato che tira a fronte del rallentamento di altri Paesi extra-Ue. Nonostante l’italian sounding (si veda Il Sole 24 Ore del 9 aprile 2015) e i prodotti-clone gli americani apprezzano vini e spumanti, che valgono il 40% delle esportazioni, l’olio extra-vergine (14%) oltre ai formaggi (8%) e alla pasta di grano duro (7,6%).
A livello globale il vino rappresenta un quinto delle esportazioni alimentari e vale 5,5 miliardi. Rossi e bianchi guadagnano spazi sui nuovi mercati dove, tra gli altri, Cantine Ferrari ha accelerato i processi d’internazionalizzazione. «Il 2014 ha visto una crescita dell’export solo del 6% a causa della crisi russa e dei problemi valutari in Giappone e Svezia, mentre abbiamo ottenuto importanti risultati in Germania e Stati Uniti – spiega Guido Pianaroli, amministratore delegato di Cantine Ferrari -. Oggi ci affacciamo su nuovi mercati quali la Cina e l’area del Far East, mentre aspiriamo a un ulteriore consolidamento negli Usa, in Giappone e in Germania, dove sta crescendo l’attenzione ai vini di alta qualità. Il nostro obiettivo di medio termine è di presidiare con i nostri Trentodoc il segmento medio-alto delle bollicine di qualità».
Il 2014 è stato il primo anno “intero” da quando, nel maggio 2013, le autorità sanitarie Usa hanno aperto le frontiere ai salumi semistagionati. «Il trend migliore arriva da Nordamerica, Australia, Giappone e dai mercati chiave dell’Europa – afferma Stefano Fanti, direttore del Consorzio prosciutto di Parma -. Dalla Cina si vedono segnali molto promettenti: sale la domanda, anche se per il momento i volumi sono ancora modesti a causa della complessità nelle autorizzazioni sanitarie e doganali». Poco meno di un terzo della produzione, pari a circa 2,6 milioni di prosciutti, viene esportata. Le performance migliori arrivano dai prodotti pre-affettati: nell’ultimo quinquennio la crescita è stata a due cifre (+23%), superando quota 74 milioni di vaschette.
Ferrari e il Consorzio del prosciutto di Parma sono solo la punta dell’iceberg delle opportunità che si aprono a quelle centinaia di “giacimenti” agroalimentari con produzioni di alta qualità a tiratura limitata. Per chi è troppo piccolo puntare sui mercati esteri rischia di diventare una mission impossible.
«Le piccole realtà si possono aggregare alle grandi aziende, che hanno il ruolo di capocordata verso i nuovi mercati e le piattaforme distributive» suggerisce Scordamaglia.
In quest’ultimo caso un ruolo chiave lo giocano anche le centrali d’acquisto della Gdo. È il caso di Auchan, che da sei anni veicola all’estero specialità nazionali prodotte da Pmi. «Finora il nostro sistema integrato ha sostenuto oltre 130 piccole imprese che hanno portato i loro prodotti in 17 Paesi, tra cui Cina, Taiwan, Polonia e Russia» ricorda Alessandro Montanari, responsabile import-export di Auchan Italia. E che le Pmi cerchino nuovi sbocchi lo conferma Marco Cuppini, direttore del centro studi di Gs1 Italy: «È in aumento il numero delle piccole imprese che chiedono servizi a supporto dell’export, sia per i prodotti a marchio industriale che private label, secondo le specifiche richieste dalle catene estere».

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