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Alibaba, via all’Ipo da 20 miliardi

Se ne parla (e se ne scrive) ogni giorno come se l’imminente quotazione da Guinness dei primati dovesse compiersi qui, in terra cinese.
Invece, no. Dopo la festa della Luna, a metà settembre, Alibaba sbarcherà (sbancandola, pare) a Wall Street con l’obiettivo di guadagnarsi un posto nella storia della piazza finanziaria statunitense come la più fantasmagorica delle Initial public offerings.
Venti miliardi, ben all’altezza dei suoi 200 miliardi di valore che la piazzano ormai seconda, nelle Internet companies, solo a Google. Alibaba e i suoi manager, Jack Ma in testa, andranno a schiacciare il pulsante a Wall Street, sulla ribalta più ambita, visto che hanno snobbato il tecnologico Nasdaq.
Ma niente a che vedere con l’Ipo del 2007 a Hong Kong, dove pure Alibaba raccolse qualcosa come 1,69 miliardi di dollari, utili a dare lo scatto che ha portato la società qualche anno dopo nel tempio della finanza mondiale.
I soldi, stavolta, saranno raccolti negli Stati Uniti, lontano, molto lontano da Pechino e, ormai, non si torna indietro: tra le 340 pagine di prospetto informativo presentate a maggio scorso e il D-day, la strada è diventata molto breve.
L’attività, frenetica. Sembra un moto perpetuo: Alibaba entra con China Post per spedire pacchi anche nelle aree più remote del paese, si allea con la svizzera Global Blue per il tax refund dei turisti cinesi che, una volta a casa, si riprendono i loro soldini con lo smartphone, Aliababa fa affari con i giganti Hisense, Haier e co. per incentivare le vendite di elettrodomestici e ne favorisce gli acquisti a rate, Alibaba va nello spazio con i navigatori satellitari; Jack Ma, la star, appena coronato uomo più ricco di tutta la Cina, entra nel board del World economic Forum, mentre l’«executive producer» come lo si definirebbe se Alibaba fosse un film, Joseph Tsai, la vera mente finanziaria del gruppo, lavora alacremente per portare a casa sottoscrittori.
Tutti dovranno spartirsi una torta da capogiro; i media fanno loro i conti in tasca: Tsai possiede 3,6 milioni di azioni che, da sole, valgono 7,1 miliardi di dollari. Si enfatizzano le rivalità, con Tencent, Baidu e Wanda group, i cui capi si fanno fotografare mentre siglano un patto per l’online, quasi fossero i moschettieri anti-Alibaba.
Ma ogni rosa ha le sue spine e Alibaba, in tanto tripudio, non può avere tutto. Certo, Internet applicata alla finanza crea un valore aggiunto dal 10 al 25% del Pil, e Alibaba lo dimostra con Alipay, la piattaforma dei pagamenti online che veicola anche prodotti finanziari come Yuebao.
Qui, però, spuntano le spine. Tianjin, Wenzhou e Shenzhen (terra dell’odiata Tencent) sono destinate alla creazione di banche private. Tre sono già state autorizzate ad operare nei nove mesi dal rilascio del via libera, una è in dirittura di arrivo, la quinta è in panne. Guarda caso, è quella costituita da Zhejiang Alibaba E-Commerce Co. e Wanxiang Group, un produttore locale di ricambi per auto. L’autorizzazione non arriva, le autorità passano al setaccio azionisti e documenti. La banca potrebbe contare sulle tecnologie di Alibaba per i piccoli prestiti, visto che Alipay effettua i pagamenti di Taobao e Tmall, i suoi siti di shopping. Ma, niente.
Alibaba deve aspettare. Sembra che il gruppo abbia chiesto di servire solo i clienti online bypassando la (costosa) rete di sportelli fisici. E che le autorità gli abbiano risposto con un duro e secco: non si può.

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