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«Alibaba sbarca in Europa Il made in Italy con noi in Cina»

«Perché l’Italia e perché l’Europa? Noi lavoriamo con le piccole imprese e l’Italia possiede decine di migliaia di Pmi con prodotti di alta qualità. In Cina la nostra classe media è cresciuta a 350 milioni di persone che sono tutti potenziali consumatori del made in Italy. Ecco perché». Michael Evans parla lentamente, scandisce le parole perché la Cina e i cinesi li conosce bene. Nel continente rosso ha lavorato nove anni prima in Goldman Sachs poi nel board di Alibaba come amministratore indipendente. Nominato in agosto president del gruppo. È lui l’uomo scelto direttamente dal miliardario Jack Ma per guidare la campagna Europea e l’internazionalizzazione del gigante di e-commerce cinese. La missione è chiara: portare aziende, marche e prodotti sul mercato cinese attraverso l’infrastruttura tecnologica e logistica di Alibaba. Anche la roadmap è definita: entro la fine dell’anno, ha raccontato al Sole 24 Ore, gli uffici commerciali saranno aperti in Italia, Francia e Germania. La prima a essere operativa sarà proprio l’”ambasciata” italiana.
Continua pagina 29 Luca TremoladaContinua da pagina 27 «Lo ha deciso Jack – ha tenuto a sottolineare il manager canadese di Alibaba – dopo l’incontro con il vostro presidente del consiglio Matteo Renzi».
Per ora però non è stato stabilito quante persone ci lavoreranno. «Abbiamo appena individuato la figura del country manager, insieme a lui decideremo entità del personale». Tuttavia, non esclude acquisizioni di startup: «Perché no? – sorride il canadese, ex medaglia d’oro di canottaggio nel 1984 -. Non siamo un fondo di private equity ma sappiamo che in ogni paese occorre adottare una strategia di crescita differente». E resta abbottonato sulla scelta dei partner, limitandosi a ricordare che quando pensano all’Italia pensano a cibo, moda e vino. Un classico quindi. Ma l’approccio è tutt’altro che turistico. Quella di puntare su mercati esteri è diventata una necessità dettata anche dai mercati finanziari. Dopo la quotazione di settembre, che l’ha consegnato alle cronache finanziarie come l’Ipo più ricca con una raccolta di 21,8 miliardi di dollari, il titolo oggi viaggia intorno ai 70 dollari dopo aver toccato alla fine dell’anno scorso un picco di 119 dollari. Nell’ultimo trimestre il suo fatturato trimestrale è cresciuto del 28% anno su anno a 3,3 miliardi di dollari, e gli utili sono aumentati del 23%. Tuttavia, gli investitori sembrano ancora delusi. E incerti sull’impatto del rallentamento della crescita cinese sui conti del gruppo. «In realtà io non sono affatto spaventato – afferma Evans -. I cinesi sono storicamente grandi risparmiatori. Ma solo ora cominciano davvero a spendere. Quello che definite rallentamento in realtà è un mix tra investimenti di Stato che sono diminuiti e la domanda che invece rimane stabile».
Paradossalmente, la Cina, per quanto immensa, ad Alibaba non basta più. Secondo il presidente la spesa del commercio online interna ha quasi raggiunto quella americana. Otto pacchi su dieci passano dalla loro infrastruttura. Ma per muovere i numeri di bilancio servono ora nuovi clienti fuori dai confini nazionali. Clienti e non prodotti perché quello di Alibaba è un gigante strano. Nella pancia ha un po’ di tutto: e-commerce, cloud computing, motore di ricerca, telefonia. Ma il suo asset principale è il modello di business legato al commercio. In questo senso Alibaba non è una società tradizionale di eCommerce. Il portale Taobao mette in comunicazione direttamente i consumatori tra di loro. È?un marketplace, concettualmente è un vetrina, un bazar digitale simile a eBay. Ospita sul suo portale le aziende e guadagna dalla transazioni trattenendo una commissione dal compratore. A differenza di Amazon non possiede prodotti e non gestisce i magazzini e centri di distribuzione.
Sotto il profilo finanziario il suo modello la rende più redditizia. Amazon deve fare investimenti massicci in infrastrutture, nella gestione del personale e opera su un margine di profitto più sottile. Alibaba ha un modello più leggero ma un controllo sulla qualità del prodotto inferiore. Il gruppo cinese garantisce la qualità dei produttori e distributori assegnando il titolo di “Gold Supplier”. Nel febbraio del 2011 scoppiò uno scandalo in cui Alibaba ammise di aver consegnato tale titolo di garanzia a 2.236 fornitori che finirono per truffare la propria clientela. La scandalo produsse dimissioni, ma mise in luce come l’attività di Alibaba si basasse sulla fiducia degli acquirenti nei fornitori, e sulla fiducia dei fornitori sul valore delle garanzie da loro acquistate.
Il suo vero asset è, però, legato alla debolezza e inefficienza della rete logistica cinese. Due anni fa ha organizzato Cainiao, un consorzio che gestisce una piattaforma digitale che collega 1.800 centri di distribuzione. La promessa di Evans è di riuscire a consegnare prodotti in Cina in soli due giorni. Non solo nelle grandi città ma anche nei centri rurali dove sta crescendo la nuova classe media in soli due giorni. «Trasportare un pacchetto in Cina è costoso e non ha tempi certi. Immaginate di voler consegnare formaggi o comunque beni alimentari. Ci sono norme e regole diverse. La privacy per noi non rappresenta un problema siamo pronti a seguire le indicazioni dell’Europa. Ogni giorno consegniamo 30 milioni di pacchetti, l’80 per cento dei quali all’interno della Cina. Come dire, in Cina giochiamo in casa».

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