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Alfano va avanti sulla mediazione

di Giovanni Negri

Il ministero della Giustizia getta acqua sul fuoco, ma l'avvocatura rinnova la protesta e oggi e domani scende in sciopero. Al centro dello scontro è il tema caldo che agita la giustizia civile, quello della conciliazione obbligatoria dopo la pronucia del Tar del Lazio che martedì ha rinviato alla Corte costituzionale alcune norme chiave del decreto legislativo che ha introdotto il tentativo di mediazione come condizione di procedibilità per il successivo procedimento davanti all'autorità giudiziaria.

Ieri una nota del ministero ha ricordato che «il giudice amministrativo ha rimesso la questione dell'obbligatorietà della mediazione alla Corte costituzionale perché si pronunci come nelle sue prerogative ma, significativamente, non ha sospeso, come pure avrebbe potuto, il regolamento attuativo impugnato che, al pari della corrispondente disciplina legislativa, resta vigente e operante, come in ogni altro dei molti casi in cui pende una questione di legittimità su norme processuali».

In altre parole tutto, nella lettura della Giustizia, procede come prima: le norme sono entrate in vigore da poco, dal 21 marzo e un tentativo di accordo andrà comunque posto in essere in materie come le cause per risarcimento danni da responsabilità medica o da diffamazione, mentre per condominio e indennizzi da incidente stradale bisognerà attendere un anno. Semmai il ministero pensa a fornire i primi chiarimenti sull'applicazione della normativa, come già fatto da pochi giorni con la circolare del 4 aprile sui requisiti dei mediatori e sulla procedura nel caso in cui la parte convenuta decida di non presentarsi.

Certo, la Corte costituzionale deciderà tra qualche mese, ma nel frattempo tutto il meccanismo è gravato da un'oggettiva incertezza. Tanto che dall'avvocatura arrivano forti e chiari gli appelli al ministro Angelino Alfano per arrivare a uno stop di tutta la conciliazione. Ieri l'Oua, alla vigilia dell'astensione dalla udienze proclamata per oggi e domani, è intervenuta con un comunicato del presidente Maurizio de Tilla. «La decisione del Tar Lazio – ha osservato de Tilla – mette in discussione tutto l'impianto del decreto legislativo, non solo alcuni aspetti secondari. Si mette in rilievo il problema del libero accesso del cittadino alla giustizia, la questione dell'obbligatorietà e della necessità della presenza del difensore, il nodo della assistenza e qualità delle Camere di conciliazione e del ruolo di illegittimi organismi privati, oltretutto prevalenti, visto che sono oltre il 60% rispetto a quelli pubblici, con tutto ciò che appunto concerne in termini di conflitti di interessi».

Mentre Giuseppe Sileci, alla guida dei giovani avvocati dell'Aiga, ha sottolineato che «il Tar del Lazio ha ravvisato il conflitto degli articoli 5 e 16 del decreto legislativo con l'articolo 24 della Carta Costituzionale nella parte in cui queste disposizioni, obbligando ciascun cittadino a esperire un tentativo di conciliazione per un elevato numero di controversie davanti a un mediatore che deve soddisfare solo i requisiti di serietà ed efficienza invece di quelli di competenza e professionalità richiesti dalla legge delega e dalla direttiva comunitaria, possono pregiudicare in modo irreversibile la azionabilità in giudizio dei diritti soggettivi».

«Ciò dimostra – conclude Sileci – che l'avvocatura in tutti questi mesi non ha combattuto una battaglia a difesa di propri privilegi, come i soliti benpensanti interessati hanno ripetuto in modo ossessivo sino al punto da offendere un intero ceto professionale, ma si è battuta per il bene esclusivo di cittadini e imprese. Adesso chiediamo che il Governo non attenda la bocciatura del Corte e adotti immediatamente un decreto correttivo».

Dal fronte del Consiglio nazionale forense arriva invece la notizia della prossima presentazione di un articolato per riscrivere l'istituto della mediazione e renderlo compatibile con la Costituzione e coerente con le ripetute perplessità avanzate dai legali.

 

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