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Alba di caos per la city e la sterlina

LONDRA. Il diaframma fra la normalità e il caos non è mai stato così sottile come questa mattina all’alba lungo il Tamigi a Canary Wharf. Nel nuovo distretto finanziario nella parte orientale di Londra, dominato di grattacieli delle grandi banche globali, ancora poche ore fa una folla in gran parte maschile e di mezza età passeggiava fra caffè e ristoranti etnici come in un giorno qualunque. Questa mattina, con tutti i principali banchieri e gestori di fondi davanti ai loro computer da prima dell’alba, Canary Wharf e l’intera piazza finanziaria vivono ore di panico con pochi precedenti negli ultimi decenni.

La sterlina è scesa nella notte ai minimi sul dollaro da 31 anni, sotto i livelli toccati nella crisi del 1992 e in quella del 2008. Ad affondarla con una velocità senza precedenti sui mercati asiatici è stato semplicemente lo scrutinio in corso del referendum sulla permanenza nell’Unione europea: la maggioranza dei cittadini britannici sembra essersi pronunciata chiaramente per lasciare l’Ue. Anche l’euro sta subendo violenti contraccolpi ed è caduto da 1,14 a 1,09 sul dollaro in poche ore. L’impatto del referendum sulle valute più importanti al mondo è così violento che crescono le probabilità di un imminente intervento delle grandi banche centrali per cercare di stabilizzare i cambi e ridurre il disordine. Stessa volatilità esasperata sulle Borse asiatiche, aperte durante lo spoglio del referendum britannico durante la notte. I future del Ftse 100, l’indice delle principali società quotate a Londra, è arrivato a toccare meno 6,1% e si è poi attestato su perdite del 3%. Sembra solo un assaggio di una giornata in cui il funzionamento dei mercati finanziari sarà messo a dura prova ovunque, anche in Italia.

Nelle ultime ore di ieri, il mercato aveva dato credito allo scenario che si auspicava da sempre: una Gran Bretagna ancorata alla Ue. L’universo della City contribuisce al 12% del reddito del Paese, gestisce quasi metà dei volumi di scambio dei mercati valutari del mondo e ha bisogno di restare in simbiosi con il sistema dell’euro. Ma sin dai primi scrutini il «Leave» (lasciare la Ue) si è confermato subito forte. Non è un caso se, dietro la superficie di normalità, nelle ultime ore i protagonisti di Canary Wharf avevano dato segnali d’allarme. In una nota Hsbc, la più grande banca britannica, aveva messo in guardia i clienti: «La stiamo allertando di turbative sui servizi in conseguenza di maggiore volatilità e mancanza di liquidità. Condizioni anomale di mercato potrebbero attivare sistemi di sicurezza». Linguaggio volutamente burocratico per dire che se troppe schede fossero cadute nelle urne con la croce dalla parte sbagliata — la secessione dall’Unione — i fantasmi del 2008 sarebbero tornati: mercati paralizzati, banche incapaci di finanziarsi, giorni di panico. Anche Ubs, Bank of America e Morgan Stanley avevano scritto qualcosa del genere.

Non è mancato ieri qualcuno che ha cercato di sopprimere l’incertezza con le proprie armi. Per chi ha un martello tutto somiglia a un chiodo, per chi ha molto denaro non c’è niente che non si possa acquistare. Poco importa che siano beni pubblici come un’informazione d’interesse internazionale non ancora resa disponibile alla collettività. Per questo referendum era stato deciso dalle grandi reti televisive di non commissionare «exit polls», i sondaggi fra gli elettori all’uscita dalle urne da rendere noti a seggi chiusi: troppo alto il rischio di errori sul filo. Ma ieri sera altri «exit polls» privati sono atterrati sulle scrivanie dei pochi che se li sono potuti permettere: fondi speculativi, grandi gestori. Un sondaggio di quel tipo costa oltre centomila euro, ma questi soggetti pensavano fosse denaro ben speso.

Alcuni di essi hanno avuto tempo di agire sul mercato delle valute in Asia grazie a informazioni d’interesse collettivo che, in quel momento, avevano solo loro. Nei trenta minuti prima della chiusura delle urne la sterlina si è impennata bruscamente sul dollaro, ed è stato un errore di presunzione e arroganza che ha sicuramente inflitto a questi speculatori perdite ancora più sanguinose. Dopo i primi scrutini, la valuta di Londra è crollata dai massimi dell’anno sul dollaro (1,50) ai livelli più bassi da tre decenni (1,34).

L’ondata di choc arriverà senz’altro anche in Italia. Secondo Goldman Sachs lo spread fra Bund e Btp decennali, lo scarto di rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi, è destinato a tornare attorno ai 200 punti-base (2%) con l’esito del referendum di ieri. Anche le banche quotate a Piazza Affari sono molto esposte. Del resto sui loro crediti inesigibili, sul debito pubblico e la stabilità politica del Paese si sono concentrate molte domande dei clienti ai banchieri di Londra nei giorni scorsi. Il mercato funziona così: una cattiva notizia Oltremanica basta a concentrare l’attenzione sulle altre aree fragili d’Europa, perché nessuno sa più quanto è sottile il diaframma di normalità che ancora protegge i suoi assetti politici.

Federico Fubini

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