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Al via la riforma del reporting

Il rendiconto sulle informazioni societarie non finanziarie, che lo si voglia chiamare bilancio di sostenibilità, oppure bilancio sociale, o ancora report integrato, sta diventando un tema di lavoro sempre più concreto per le imprese del nostro Paese. Soprattutto per quelle di maggiori dimensioni, direttamente attratte nel campo d’applicazione della nuova direttiva europea, approvata nell’aprile scorso dal Parlamento Ue e a fine settembre dal Consiglio, e infine pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione il 15 novembre scorso.
Le grandi imprese iniziano a fare i conti con la tempistica e le modalità del recepimento nell’ordinamento nazionale, che dovrà avvenire entro il 6 dicembre 2016. Dall’esercizio 2017 diventeranno, così, vigenti le nuove norme sulla trasparenza e l’accountability dell’informativa societaria, mentre entro lo stesso termine del 6 dicembre 2016 la Commissione dovrà presentare linee-guida non vincolanti, ma di orientamento e coordinamento sulla metodologia di rendicontazione e sugli indicatori non finanziari da selezionare.
Il passaggio ha un forte contenuto tecnico, ma è importante anche, se non soprattutto, sul piano culturale, in quanto la nuova direttiva sulle informazioni non finanziarie, che va a integrare l’impianto comunitario del diritto societario e i princìpi di redazione del bilancio, punta in modo molto preciso ad accrescere la trasparenza (definita con il termine anglosassone disclosure) della gestione aziendale.
Si tratta, insomma, di un’innovazione rilevante nell’approccio al business reporting, con effetti che possono contribuire a cambiare la stessa strategia aziendale e le scelte dei modelli di governance, purchè la redazione del report non venga vista come un ulteriore adempimento, bensì sia interpretata come uno strumento di cambiamento e di competitività. Questa convinzione emerge con chiarezza anche dal dibattito in corso tra gli addetti ai lavori, sia sui tavoli tecnici, sia nel confronto pubblico tra istituzioni, organizzazioni internazionali e imprese.
Pochi giorni fa, per esempio, il segretario generale di Unioncamere, Claudio Gagliardi, nell’intervenire a un seminario promosso a Roma sul tema, si è detto convinto che «l’adozione della direttiva Ue sulla rendicontazione non finanziaria, obbligatoria solo per le grandi imprese, può essere un’opportunità e non una complicazione burocratica, se adottata con lo spirito giusto». E per illustrare quale sia tale spirito ha presentato i dati di una recente ricerca Unioncamere, secondo cui le imprese «coesive», ossia quelle che investono nelle relazioni con gli stakeholder e il territorio, migliorano la performance media delle aziende italiane di otto punti percentuali per crescita del fatturato, di sette punti nella salvaguardia dei livelli di occupazione, di tre nelle previsioni sugli ordinativi esteri. La tesi è, dunque, che la coesione rappresenta un fattore di competitività ed è in grado di creare occupazione e benessere.
Anche il gruppo Enel, storicamente in prima linea nella Csr strategica e nel reporting non finanziario, ha promosso a fine gennaio un convegno di taglio internazionale sulla nuova direttiva. Ne è emerso, come ha sintetizzato la responsabile Csr, Marina Migliorato, che gli asset intangibili hanno un valore sempre più determinante ed è importante comunicarli in modo corretto, mantenendo però l’approccio volontario, per scongiurare appesantimenti burocratici o “bolle” di valore puramente reportistico. Posizione che, del resto, accomuna tutte le organizzazioni di rappresentanza delle imprese, a cominciare da Confindustria.
Molto attento al tema anche il sistema creditizio, che vede il 75% delle banche (in termini di attivo di settore) già impegnato nella stesura di bilanci di sostenibilità. Per Angela Tanno, responsabile dell’unità Csr all’Abi, le informazioni non finanziarie possono offrire un contributo sostanziale ai processi di valutazione per l’erogazione del credito, mentre per il direttore centrale Giancarlo Durante è importante che le politiche di Csr siano integrate nelle strategie di sviluppo delle imprese bancarie, per creare buone pratiche che abbiano impatto sulle comunità ed effetti positivi in termini di creazione di valore.
Resta da capire come si affronterà il problema degli standard da adottare perché, se da una parte c’è chi sottolinea come la comparabilità degli indicatori sia il fattore chiave per una rendicontazione significativa, dall’altra si fa largo la preoccupazione di non soffocare la ricchezza delle relazioni con gli stakeholder e degli asset intangibili entro rigidi schemi di stampo burocratico. Per trovare un punto d’equilibrio i tavoli tecnici appena insediati, con la partecipazione di ministeri, associazioni di categoria, imprese e network internazionali hanno poco meno di due anni di tempo, ma con tanta strada da percorrere.
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