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Al vertice societario arriva il doppio Ceo

Il futuro di Luxottica è una diarchia. Il numero uno al mondo degli occhiali svolta verso una co-gestione. Il dopo- Andrea Guerra, il manager che per dieci anni è stato il dominus del colosso di Agordo, si apre all’insegna di una sorta di “governo duale”. Basta super-manager dai pieni poteri. Arriva il modello di co-gestione: un amministratore delegato per le funzioni corporate, uno per i mercati. Nei nuovi uffici, appena inaugurati, di Milano, Luxottica parla di una «Terza Vita». La motivazione ufficiale è che il gruppo è talmente cresciuto (in effetti sotto Guerra ha raddoppiato le dimensioni) che non può più bastare una sola leadership. Dietro il cambio di rotta, però, difficile non leggere in filigranna la clamorosa rottura consumata a Ferragosto tra il fondatore (e azionista di maggioranza) Leonardo Del Vecchio e Guerra.
Il nuovo corso, che inizia come un Triumvirato pro tempore, è partito già ieri. Dimissioni con effetto immediato di Guerra. E poteri divisi tra Enrico Cavatorta, responsabile corporate, l’uomo di fiducia di Del Vecchio e già candidato come il più papabile alla successione, ieri protagonista di un’investitura ufficiale con la prima uscita pubblica; e un secondo amministratore delegato (che però non è ancora stato trovato) che avrà la delega sui mercati. Ma siccome il secondo ad non c’è, per ora la delega è stata affidata ad interim allo stesso Cavatorta. E per non caricare quest’ultimo di ulteriori deleghe, cosa che ne avrebbe fatto un nuovo super-ceo, a Massimo Vian è stata data la responsabilità delle operations (ossia il design e il prodotto): riporterà direttamente a Del Vecchio. Ma è anch’esso un interim (poi riporterà al secondo ad). Insomma, per ora, Luxottica è nelle mani di un triumvirato (dove però non c’è uno dei tre uomini), che diventrà un tandem. Il passaggio delle decisioni da uno a più soggetti è rischioso, e proprio per evitare stalli o conflitti verrà istituito un comitato direttivo, una sorta di cabina di regia: ne fanno parte i “triumviri” con un potere di ultima parola a Del Vecchio.
Quello annunciato ieri è in realtà una sorta di mezzo assetto. Curioso che venga annunciata una rivoluzione di governance, quando una casella importante è ancora vuota. Fretta dettata, per la stessa ammissione del management, dalla pressione del mercato, e ancor prima dei giornali che hanno fatto esplodere il caso a Ferragosto. Probabilmemte in azienda non si immaginavano che la cosa deflagrasse all’improvviso e di avere più tempo. E così sono corsi ai ripari con il cda lampo (e straordinario) di ieri: si cambia modulo. Ma ecco l’annuncio monco: una struttura a due Ceo governerà da oggi il più grande produttore al mondo di montature (75 milioni di pezzi, 7 miliardi di ricavi), ma manca ancora il secondo amministratore delegato. Il nome non si saprà prima della fine del mese. Sarà un nome esterno, sul quale i super-cosulenti di Egon Zehnder hanno già scremato una short-list da presentare a Del Vecchio.
Abbronzato, fisico asciutto, Cavatorta si è presentato con un messaggio rassicurante per i mercati: la strategia non cambia, Luxottica va avanti col suo obiettivo di quota 10 miliardi di ricavi a fine 2016. È però ancora fresco, sul mercato, il ricordo del caso Giorgio Armani, una licenza che Luxottica strappò al concorrente Safilo proprio mentre l’azienda, come oggi Luxottica, era in una fase di transizione. Il nuovo Ceo getta acqua sul fuoco: «Siamo un gruppo da 7 miliardi, andiamo avanti anche se cambia la guida. Le licenze non erano tutto appannaggio di Guerra». La rotta è segnata: espandersi nei mercati emergenti. Oggi il gruppo conta 7mila negozi diretti. Ne vuole aprire altri 1000, a insegna Sunglass Hut, nei mercati più interessanti: come Cina, America Latina e Sud–Est Asiatico. D’altronde, ha tenuto a ribadire Cavatorra, la rottura non si è consumata sulle strategie industriali, sulle quali «Del Vecchio e Guerra hanno sempre concordato». E allora su cosa hanno litigato? «Una diversa visione organizzativa» dice. In sala stampa si interpreta: lotta di potere. «Ma non è una restaurazione» chiosa l’erede di Guerra.

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