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Al nuovo ceo il compito di far svoltare Telecom

Il mandato è di completare il turnaround di Telecom Italia in tempi brevi. La missione affidata a Flavio Cattaneo dal primo socio Vivendi è di trasformare il gruppo italiano in un gruppo solido in grado di giocare da protagonista nel risiko europeo del settore tlc e dei contenuti.
La nomina del manager è «un’ottima notizia», ha detto il Ceo del gruppo francese, Arnaud de Puyfontaine, presente ieri a Milano. Un perfetto allineamento tra azionisti, management e cda, dunque, che rappresenta il punto di partenza necessario per affinare il piano industriale e riportare il gruppo in utile.
Cattaneo, si racconta negli ambienti finanziari, è stato scelto per due motivi. In primo luogo per le caratteristiche manageriali, necessarie per rimettere in ordine i conti di Telecom Italia. Secondo perché pur non vantando un profilo strettamente legato alle telecomunicazioni, conosce bene la situazione di Telecom Italia, dato che siede nel consiglio di amministrazione del gruppo telefonico italiano da due anni.
Sul primo punto, Cattaneo approda nel gruppo tlc, dopo la direzione generale della Rai e la lunga esperienza alla guida di Terna, dove è stato apprezzato dagli azionisti per i conti e i dividendi in crescita. L’ultima sfida è stata il rilancio di Ntv che per la prima volta nella sua storia ha chiuso il 2015 in utile (prima delle tasse). Cattaneo, insomma, è un manager considerato abile soprattutto a portare a casa risultati, tagliando i costi e battendo tutte le strade disponibili per sostenere la redditività. Obiettivi che per Vincent Bolloré sono ora la priorità. Proprio sul taglio dei costi, giudicato insufficiente nei suoi 600 milioni previsti nel piano industriale, si è registrata la frattura con l’ex amministratore delegato Marco Patuano. La cosìdetta goccia che ha fatto precipitare il rapporto, assai fragile, tra l’ex ad e i nuovi azionisti del gruppo tlc. Vivendi vuole almeno un miliardo di taglio dei costi. Impresa assai complessa se si pensa che i margini di manovra appaiono risicati dopo un taglio dei costi che negli ultimi 5 anni ha raggiunto i 5 miliardi. Non solo. Il nuovo amministratore delegato di Telecom Italia dovrà misurarsi con la sostenibilità dell’avviamento italiano di 28,5 miliardi iscritto nel bilancio Telecom Italia, la riduzione di un debito ancora troppo ingombrante e pari alla fine del 2015 a 28,4 miliardi e, infine, rilanciare un cash flow che negli ultimi anni è risultato in affanno. Due numeri danno un’idea del rallentamento registrato: la cassa nel 2012 era di 7,3 miliardi, oggi la metà, ovvero 3,2 miliardi. Senza andare troppo lontano, lo scorso anno era di 4,9 miliardi.
Non ultimo per importanza, poi, servirà recuperare un rapporto e un dialogo con la Autorità se si pensa che nel 2015 Telecom ha incassato multe per 120 milioni e ha effettuato accantonamenti relativi per 400 milioni.
Sul secondo punto, ovvero la conoscenza approfondita da parte del manager, in qualità di membro del board, dei diversi dossier in cui è impegnata Telecom Italia, il riferimento è al Brasile, e alle partite Inwit e Metroweb.
Il Brasile, paese che per i francesi di Vivendi non è chiaramente strategico, sarà un tassello cruciale soprattutto perché le prospettive economiche del Paese e il cambio si sono deteriorati, deprezzando anche il valore di Tim Brasil. Con conseguenze su una eventuale valorizzazione che potrebbero essere disastrose. Quanto, invece, all’assegnazione di Inwit, al momento sono slittati i tempi perché è stato chiesto a Consob e Antitrust un parere sulle due offerte concorrenti. Nella partita per la società delle torri compaiono infatti l’offerta di Cellnex-F2i di 4,9 euro per azione per il 50% della controllata, con successivo obbligo di Opa totalitaria, e quella di Ei Towers che dovrebbe permettere a Telecom di mantenere nel perimetro Inwit. La prima offerta potrebbe avere problemi di concentrazione, la seconda di dover comunque procedere a un’Opa.
Il dossier Metroweb, per finire, è arrivato al punto critico che riguarda la definizione della governance dell’ipotetica joint venture della rete che nelle intenzioni della società partecipata da F2i e Fsi/Cdp si sarebbe dovuto chiudere a metà aprile. Sul tavolo la questione di uno scambio azionario, subito o a termine, che però per realizzarsi dovrebbe dribblare gli ostacoli antitrust.

Marigia Mangano

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