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Al Made in Italy fa gola la Cina

Occhi puntati sulla Cina: è qui che alle imprese italiane conviene investire sia perché è migliorato il clima politico sia il contesto normativo. Ma anche il resto della macro-area asiatica promette bene, mentre al contrario sono più risicati i margini di crescita per chi volesse esportare in Europa e nord America. Questa, in sintesi, la bussola per gli imprenditori del made in Italy tratta tra le righe del rapporto export 2020 di Sace, intitolato «Open (again)» e diffuso il 10 settembre scorso, alla presenza del ministro dell’economia e delle finanze Roberto Gualtieri e del ministro degli affari esteri Luigi Di Maio, simbolicamente insieme a dimostrazione dell’acquisizione, da parte della Farnesina nel novembre 2019, delle competenze in materia di commercializzazione all’estero e promozione dell’export del made in Italy. Dallo studio emerge una vera e propria mappa, differenziata per aree geografiche e settori di riferimento, per capire quali sono i paesi verso i quali le aziende italiane dovrebbero rivolgersi e investire.

Sul podio, appunto, sia per l’Investment che per l’Export opportunity indexes (Ioi e Eoi), la Cina rappresenta lo scenario più favorevole per il made in Italy: per quanto riguarda l’opportunità d’investimento, si legge nel report, «il paese del dragone conquista la prima posizione in virtù di un miglioramento sia del profilo di rischio politico che del contesto operativo, grazie all’entrata in vigore a inizio anno della Foreign investment law, che apre agli investitori esteri alcuni settori a loro preclusi, semplifica alcune pratiche connesse agli investimenti esteri e garantisce una maggiore tutela dei diritti di proprietà intellettuale».

A fronte di una congiuntura negativa delle esportazioni italiane in Cina nel corso del 2020, infatti, il paese sarà in grado di riprendersi in modo efficace il prossimo anno: le stime prevedono +5,9% per quanto riguarda i beni d’investimento e +6,1% sui beni di consumo. Emergono, in particolare, il settore chimico, che comprende anche i prodotti dell’industria farmaceutica, per i quali l’emergenza sanitaria potrebbe aprire importanti opportunità nel paese (+11,6% nel 2020). Tuttavia, nonostante l’eccezionalità della performance cinese, la macro-area asiatica è prevalentemente caratterizzata da un generale rallentamento delle attese di crescita. «Le previsioni dell’export nel 2020 per l’area sono negative (-10,9%) e riflettono le stime sull’andamento del pil della regione, che interromperà due decenni di forte crescita». Nonostante la severità dello shock, si prevede un deciso rilancio già nel 2021, salvo ulteriori tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina.

Per quanto riguarda le opportunità settoriali nella macro-area asiatica, va segnalato il comparto del food processing in India, settore che dovrebbe raggiungere 666 miliardi di dollari entro il 2024. Si apriranno inoltre importanti opportunità di sbocco per le energie rinnovabili in Thailandia e per il settore alimentare e bevande in Giappone, paese che può contare su un ampio mercato interno caratterizzato da consumatori dai gusti sofisticati e da una delle più alte capacità di spesa al mondo.

 

Le altre destinazioni. Decisamente negativi i margini di crescita dell’export italiano verso i suoi maggiori partner commerciali: l’Europa avanzata e il nord America, dove l’Italia realizza complessivamente oltre il 60% delle proprie vendite oltreconfine, con la Germania e gli Stati Uniti che rappresentano, rispettivamente, il primo e il terzo mercato di riferimento per l’export made in Italy. Secondo le previsioni, le esportazioni italiane nel 2020 subiranno un calo dell’11,3%, una posizione parzialmente positiva se confrontata con la drastica diminuzione delle esportazioni dei maggiori partner commerciali europei (-13% della Germania, -16% della Spagna e -21% della Francia). Differenziando per settore e pur considerando una decrescita generalizzata, ci saranno importanti diversità nella dinamica dei vari comparti, che caratterizzerà anche la ripresa nel 2021. Anche qui è il caso del settore chimico, in forte crisi durante il 2020 per quanto riguarda la produzione di plastica e gomma, fortemente connessa alla congiuntura negativa dell’automotive, ma in netto rialzo dal prossimo anno per la rilevanza del comparto cosmetico-farmaceutico, inevitabile conseguenza della pandemia. In particolare, gli Stati Uniti si confermeranno il maggiore mercato farmaceutico al mondo, «caratterizzato da una spesa pro capite elevata che rifletterà sia gli alti livelli di consumo di medicinali, sia una spiccata preferenza per prodotti innovativi».

Strettamente connesso all’uso di medicinali c’è poi l’altissima domanda tedesca di apparecchiature mediche, che è da ascrivere a molteplici fattori quali il costante impegno del governo nel mantenere un servizio di alta qualità e l’attenzione posta alle cure preventive. D’altra parte, i beni alimentari resisteranno nell’anno in corso, visto il loro carattere essenziale, ma manterranno un ritmo di ripresa più lento (+5,1% nel 2021), specie negli Stati Uniti. Faticoso rialzo anche per il settore metallurgico e dell’abbigliamento. Positivi invece i segnali che, per quanto riguarda le energie rinnovabili, provengono dal nord Europa, dove il tema è particolarmente sentito, specie in Danimarca e Paesi Bassi con la forte espansione degli investimenti nell’energia eolica.

Dinamica la ripartenza dell’export italiano di beni nei paesi dell’Europa emergente e dell’area Csi (la Comunità degli stati indipendenti, ex Urss), dove le vendite saranno in grado di superare i livelli pre-Covid già dal prossimo anno. In Polonia, il settore di riferimento è quello delle apparecchiature elettroniche, in Russia la sanità e Ucraina e Uzbekistan saranno particolarmente reattive sulla meccanica e le infrastrutture.

In contrapposizione con un drastico calo dell’export durante il 2020 (-10,7%), l’area del nord Africa e del medio oriente sarà caratterizzata da una robusta ripartenza il prossimo anno, anche se non sufficiente a recuperare integralmente il terreno perduto a causa delle incertezze sulle quotazioni del greggio e solamente nella misura in cui l’emergenza sanitaria sarà contenuta. Per quanto riguarda le opportunità settoriali, va segnalato il comparto sanitario in Arabia Saudita, così come l’oil&gas in Arabia Saudita, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, dove non si fermano i grandi progetti infrastrutturali di medio-lungo periodo. Il Marocco è poi interessato da significativi investimenti nell’area delle energie rinnovabili. Decisamente più caute le stime di Sace per quanto riguarda l’America latina e l’Africa sub sahariana, due macro-aree in cui ci sarebbe del potenziale per ripartire ma che meritano maggiori cautele a causa delle persistenti incertezze legate al Covid.

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