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Al Fondo salva imprese 300 milioni per l’equity di Stato

Piccole iniezioni di Stato per salvare le imprese in crisi. Il modello interventista scelto dal governo dovrebbe trovare nuova linfa con il “decreto agosto”, nel quale il ministero dello Sviluppo economico (Mise) punta a rifinanziare con 300 milioni il Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell’attività d’impresa, istituito a maggio dal decreto Rilancio.

Il Fondo era nato con una mini-dote dote da 100 milioni in parte ereditata da uno strumento destinato inizialmente solo alle aziende titolari di marchi storici. Ora ci sarebbero in arrivo altri 300 milioni. Per la piena operatività occorre ancora un decreto attuativo nel frattempo però il ministero ha virtualmente impegnato i primi 10 milioni per provare a risollevare l’azienda di moda Corneliani. L’ingresso dello Stato nel capitale può riguardare aziende in crisi con almeno 250 addetti, avviene attraverso Invitalia, in via comunque temporanea e di minoranza. L’intero schema in realtà sembra una riproposizione del Fondo anti delocalizzazioni, creato con 200 milioni durante la gestione Calenda del Mise e cancellato da Di Maio per dirottarne la dote a favore del Fondo nazionale innovazione. Quel fondo, che avrebbe potuto operare ad esempio nei casi della ex Embraco e della Whirlpool di Napoli, peraltro torna ora a galla senza che siano stati sciolti del tutto i dubbi su possibili sovrapposizioni con gli interventi di ristrutturazione che può effettuare la Cassa depositi e prestiti in virtù del nuovo Patrimonio destinato.

L’operazione sul Fondo salva imprese si andrebbe a sommare agli altri interventi del pacchetto che il Mise sta “negoziando” con il ministero dell’Economia: 200 milioni per i contratti di sviluppo, 400-500 milioni per aumentare la dote degli incentivi per l’auto ed aprirla con 50 milioni ai veicoli commerciali, 70 milioni per rialimentare i finanziamenti agevolati della Nuova Sabatini, 10 milioni per il Fondo Marcora per le società cooperative. Si aggiungono gli 800 milioni per il Fondo di garanzia Pmi, che potrebbero rivelarsi però presto insufficienti a fronte di un fabbisogno stimato dal gestore di circa 3 miliardi da qui a fine anno. In tutto, un pacchetto da circa 1,9 miliardi per il 2020, mentre un ulteriore miliardo compare nelle misure proposte dallo Sviluppo per finanziare nel 2021 i grandi progetti di interesse comune europeo nelle nuove tecnologie (Ipcei) e i voucher per contrattualizzare manager dell’innovazione.

Un discorso a parte va fatto per il bonus consumi, che sarà vincolato all’utilizzo di pagamenti tracciabili, a determinate fasce di reddito e ad alcuni settori. Il bonus è all’esame tecnico del ministero dell’Economia: tra i comparti potrebbero essere inclusi ristorazione, abbigliamento e calzature, arredo ed elettrodomestici, ma tutto dipenderà dal plafond complessivo che per ora sarebbe di circa 1,5-2 miliardi.

I ministeri dello Sviluppo e dell’Economia sperano nel nuovo decreto in arrivo per consolidare qualche piccolo timido segnale positivo sul fronte dell’economia reale. Il titolare del Mise, Stefano Patuanelli, definisce «molto importante il dato Pmi manifatturiero (l’indice dei gestori degli acquisti, ndr) che sale al 51,9 per l’Italia perché certifica il massimo su 25 mesi e ci colloca sopra la media europepa, in particolare sopra Germania e Olanda».

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