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Al fisco la prova della fattura falsa

di Ferruccio Bogetti

È l'amministrazione a dover dimostrare l'utilizzo di fatture fittizie. Solo in un secondo momento il giudice tributario, qualora ritenga tali elementi dotati di gravità, precisione e concordanza, è tenuto a dare ingresso alla valutazione della prova contraria, di cui è onerato il contribuente. Sono questi i principi espressi dalla Cassazione nella sentenza 6943/11.

Il caso

La vicenda trae origine da alcune indagini condotte, anche con l'ausilio di intercettazioni telefoniche, nei confronti di due società, ritenute irregolari per aver intrattenuto rapporti con delle "cartiere" per ottenere la copertura cartolare degli acquisti. A chiusura delle indagini veniva formato il relativo processo verbale di constatazione, secondo cui una delle due società aveva posto in essere un'attività legittima, parallelamente a una illecita. Sulla scorta di tale atto istruttorio una terza società, la nostra contribuente, avrebbe fatto ricorso alla prima società come "filtro" per gli acquisti in nero. Seguivano gli accertamenti, regolarmente impugnati dalla società contribuente, che venivano annullati dal giudice di merito in tutti e due i gradi di giudizio. In particolare – secondo la Ctr Lombardia – appariva difficile comprendere quali fossero stati i criteri posti a base dell'affermazione di fittizietà di alcune compravendite materiali e non di altre, e come la prima società svolgesse nei confronti della contribuente il ruolo di società filtro per i suoi acquisti in nero. Si trattava di mere presunzioni, e di presunzioni a cascata. Ma l'Agenzia ricorreva in Cassazione.

Ad avviso dell'amministrazione, la sentenza non avrebbe permesso di comprendere come gli acquisti in nero fossero stati fatti dalla prima società, anziché dalla contribuente che aveva utilizzato questa società quale filtro. L'amministrazione, inoltre, contestava «nella sentenza un errore di diritto quanto all'applicazione delle disposizioni relative all'onere della prova, incombendo sul contribuente, laddove sia controversa la legittima fruizione del diritto a detrarre costi riportati in fattura, l'onere di provare i fatti», cioè «l'esistenza effettiva delle operazioni fatturate da cui scaturisce il preteso diritto».

Il rigetto

La Corte rigettava il ricorso. In primo luogo, perché «grava previamente sull'amministrazione l'onere di fornire elementi di prova a sostegno dell'affermazione che le operazioni, oggetto delle esposte fatture, in realtà non sono state mai poste in essere». Solo quando fornisca validi elementi per una tale affermazione, passa al contribuente l'onere di dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni contestate. Tanto costituisce il riflesso della regola generale di ripartizione della prova in relazione ai fatti costitutivi dell'accertamento, in forza della quale l'inesistenza di passività dichiarate o le false indicazione messe al fondo di detrazioni indebite «devono essere complessivamente supportate dagli elementi presuntivi innanzi tutto forniti dall'amministrazione». Solo in un secondo momento, «il giudice tributario, qualora possa ritenere tali elementi dotati di gravità, precisione e concordanza, è tenuto a dare ingresso alla valutazione della prova contraria di cui è onerato il contribuente».

La sentenza di secondo grado aveva accertato che tra la prima società e la contribuente erano intercorse anche transazioni commerciali regolari (effettive). Tuttavia nel verbale non veniva riportato nulla in merito a eventuali verifiche condotte a tal proposito sulle due società. Poi le intercettazioni telefoniche, sulle quali si basava l'ipotesi accertativa, oltre che coprire un periodo di tempo ristretto e un numero limitato di transazioni, non contenevano elementi probanti nei confronti della contribuente.

Per il giudice d'appello l'accertamento effettuato nei confronti della contribuente non era stato sorretto da presunzioni gravi, precise e concordanti, richieste dalla normativa Iva e imposte dirette. Non si comprendeva, infatti, in quale modo si desumesse l'asserito ruolo di «filtro» svolto dalla prima società per acquisti in nero della contribuente, essendo il quadro indiziario «ben compatibile – si legge in sentenza – con l'alternativa ipotesi che la copertura documentale di acquisti presso le società "cartiere" fosse in verità strumentale a consentire il "nero" della stessa prima società, e non della contribuente».

 

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