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Al creditore ipotecario spettano i frutti civili

Il creditore ipotecario ammesso al passivo fallimentare ha diritto anche ai frutti civili prodotti dall’immobile. In mancanza di una chiara esclusione legislativa o di una incompatibilità con la disciplina dell’esecuzione forzata, infatti, non è consentito distinguere la regolamentazione della esecuzione concorsuale da quella individuale. È il principio di diritto affermato dalla sentenza 11025/13 – depositata ieri – con cui la Prima civile della Cassazione ha riconosciuto a un creditore fallimentare l’incremento dei frutti (116mila euro di canoni di locazione) sulla vendita dell’immobile ipotecato (1,071 milioni) a soddisfazione del credito insinuato.
In prima istanza il tribunale di Viterbo aveva invece negato i canoni di affitto, osservando che la procedura concorsuale è cosa diversa e non può essere equiparata tout court al pignoramento, con l’estensione automatica degli effetti dell’articolo 2912 del Codice civile («Il pignoramento comprende gli accessori, le pertinenze e i frutti della cosa pignorata»). Secondo il giudice di merito tale equiparazione c’è solo quando il legislatore lo ha previsto – come nel caso dell’articolo 54 della legge fallimentare – e risulterebbe arbitraria laddove la legge tace. Ragionamento, questo, rovesciato però dalla Cassazione già dalla fine degli anni ’70 «tenuto conto della mancanza, nella disciplina dell’esecuzione concorsuale, di una previsione contraria od incompatibile con tale estensione». Semmai, argomenta la Prima, proprio nella legge fallimentare (articolo 107 comma 4, testo anteriore alla riforma) si parla dell’estensione dei frutti civili, prevedendo che il curatore deve tenere un conto speciale «delle vendite dei singoli immobili e dei frutti percepiti sui medesimi alla data della dichiarazione di fallimento» e deve poi distribuire l’intero ricavato.
Più in generale, chiosa la Cassazione, nulla osta a che le norme sulla esecuzione singolare possano trovare applicazione nella procedura fallimentare, beninteso sempre che non ci siano disposizioni contrarie ovvero in mancanza di una disciplina incompatibile. Anche perché in definitiva il fallimento «non è che una complessa forma di esecuzione regolata da norme che costituiscono bensì un sistema autonomo e tendenzialmente completo e autosufficiente, ma tuttavia non tale da potersi isolare rispetto al resto dell’ordinamento e da non poter mutuare da questo norme e principi» non in contrasto con l’esecuzione collettiva.

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