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Al nuovo capo azienda affidati i pieni poteri. La mediazione tra i soci

Federico Ghizzoni si dice «tranquillo e sereno»: se il consiglio di Unicredit oggi alle 16 gli chiederà — come appare ormai scontato — un passo indietro dopo sei anni alla guida del più internazionale tra gli istituti italiani, non ci saranno resistenze né tensioni. Neppure sulla parte economica: come ricordano fonti vicine alla situazione, non c’è niente da trattare, è tutto regolato dall’autorità. E anche il board intende tributare al 60enne banchiere l’onore delle armi per aver tenuto la barra dritta in anni molto turbolenti. Insomma, non ci saranno strappi. Il manager resterà in sella fino a quando non sarà individuato un nuovo capoazienda, con l’avvio oggi del processo attraverso l’incarico a un cacciatore di teste. Ma è chiaro che la decisione sarà del consiglio e dei soci, da Aabar ai fondi esteri ai privati (Caltagirone, Del Vecchio) alle fondazioni.

Non è indifferente il profilo che il nuovo amministratore delegato dovrà avere, né il mandato che riceverà. Unicredit ha un tema di capitale: è sopra i minimi «Srep» della Bce, ma di poco (10,85% rispetto a 10,5%); ha una scarsa redditività che si ripercuote sul titolo, sceso del 40% da inizio anno; è inciampata in situazioni spinose come l’esposizione all’aumento di Pop. Vicenza per il quale è dovuto intervenire il fondo Atlante; non ha ancora chiuso l’accordo su Pioneer con Santander né l’uscita dall’Ucraina; il piano industriale non è piaciuto al mercato.

Il nuovo ceo dovrà intervenire su tutti questi aspetti e prendere in mano un gruppo presente in 17 Paesi e con oltre 100 mila dipendenti. Per questo si punterebbe su un manager esperto di banca commerciale più che di investment banking. Secondo fonti a conoscenza del dossier, i soci sono pronti a riconoscere al ceo pieni poteri, compreso quello di varare cessioni di asset e chiamare un aumento di capitale anche consistente (le stime spaziano fra 5 e 8 miliardi).

I papabili sono sempre Marco Morelli (Bofa-Merrill Lynch), Gaetano Micciché (Banca Imi), Alberto Nagel (Mediobanca), Sergio Ermotti (Ubs), Jean-Pierre Mustier (ex Unicredit). Ma nel board e tra i soci non c’è ancora un quadro definito e nessuno appare decisivo anche se hanno forte peso l’economista Lucrezia Reichlin, l’inglese Anthony Wyand, il vicepresidente Luca Cordero di Montezemolo, Francesco Gaetano Caltagirone (nel board c’è il figlio Alessandro), gli indipendenti come Elena Zambon e gli uomini forti delle fondazioni come il vicepresidente Fabrizio Palenzona (Crt) e Paolo Biasi, ex presidente Cariverona, tornato al tavolo delle trattative. Biasi potrebbe entrare nel consiglio fra qualche mese, quando si metterà mano alla governance e si aprirà anche la partita della presidenza.

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