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«Aiutò i clienti a beffare il Fisco americano» Stangata al Credit Suisse (gli altri tremano)

Brady Dougan, curiosa figura di americano del MidWest (è il figlio di un ferroviere dell’Illinois) alla guida di una banca svizzera, è stato soprannominato «teflon» perché impermeabile alle abitudini della comunità finanziaria di Wall Street che non ha mai frequentato e perché è sopravvissuto allo «tsunami» bancario del 2008 insieme a pochi altri che, come lui, hanno salvato la poltrona: il capo di JP Morgan Chase, Jamie Dimon e quello di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein. Anche stavolta, con ogni probabilità, il capo di Credit Suisse riuscirà a restare in sella, ma l’ammissione della banca di aver commesso crimini di rilevanza penale è un colpo micidiale dal quale l’istituto faticherà a riprendersi. Ed è anche un atto che non ha precedenti negli ultimi decenni: il segnale un cambio di rotta della giustizia Usa, decisa a perseguire i reati finanziari con molta più durezza rispetto al recente passato.
La chiusura del caso — uno scandalo scoppiato due anni fa, la massiccia evasione fiscale di migliaia di ricchi americani che hanno nascosto i loro capitali all’estero con la complicità della banca svizzera — è stata comunicata lunedì a tarda sera, dopo la chiusura dei mercati. Il Credit Suisse non ha fornito l’elenco dei suoi clienti evasori fiscali, sostenendo che la legislazione svizzera glielo impedisce, ma accettato di pagare una multa enorme, 2,6 miliardi di dollari, per mettere insieme i quali dovrà vendere una parte del suo patrimonio.
Ma, soprattutto, stavolta il ministro della Giustizia, Eric Holder, non si è accontentato della multa e di una generica dichiarazione di colpevolezza, come aveva fatto finora nel timore che una sanzione più severa potesse pregiudicare l’operatività di un istituto di credito molto attivo a Wall Street. Una prudenza che chi segue le vicende finanziarie Usa ha soprannominato «too big to jail»: banchieri troppo importanti per poter essere messi in prigione senza che la cosa provochi un pericoloso terremoto finanziario. Un’espressione derivata dall’originale «too big to fail», le banche troppo grosse per essere lasciate fallire.
Holder ha detto ieri che centinaia di dipendenti della banca sono stati complici degli evasori fiscali. E ha aggiunto che, anche dopo essere stato scoperto con le mani nel sacco nel corso di un’indagine del Congresso, il Credit Suisse ha collaborato assai poco con la giustizia Usa. Anche per questo la punizione è stata pesante, sul piano economico e con l’incriminazione penale di otto dirigenti della banca: l’ultimo caso analogo, quello della banca Drexel, risale a quasi trent’anni fa. Ma la Drexel era molto più piccola di Credit Suisse e, comunque, fallì.
Il governo Usa oggi non vuole certo far fallire la banca svizzera né escluderla dal mercato americano. E, infatti, anche stavolta nessun banchiere è stato arrestato, mentre le autorità non hanno fatto ricorso al loro potere di revoca della licenza bancaria: un provvedimento che potrebbe scattare per reati di questa gravità. Ma potrebbero anche esserci conseguenze impreviste e gravi: ad esempio un esodo dei clienti, soprattutto aziende che per statuto non possono avere rapporti con banche incriminate.
In ogni caso, è evidente l’intento di Obama di mandare un messaggio alle istituzioni creditizie: la ricreazione è finita, d’ora in poi chi viola la legge sarà punito, anche se è un gigante. Tremano altre istituzioni come la francese Bnp, già sotto accusa per altre violazioni (ha fatto affari col Sudan nonostante l’embargo) che, secondo gli analisti, verrà costretta a pagare una multa di almeno 5 miliardi di dollari.

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