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«Aiutiamo le Pmi a globalizzarsi»

 

«Visto che l'Italia non riparte, è ora di aiutare le aziende, anche le più piccole, a crescere là dove è possibile, cioè all'estero». E se per le imprese medio-grandi può bastare il fai-da-te, il discorso cambia con le Pmi, «intorno alle quali va costruito un contesto che le stimoli a consolidarsi, capitalizzarsi, globalizzarsi». Un «vero e proprio humus», per usare un'espressione cara a Gianfranco Carbonato, presidente dell'Unione industriale di Torino: al vertice di una media impresa ormai globalizzata, la Prima Industrie, Carbonato sa che l'ossessione per la crescita e la competitività è uno dei connotati più significativi del modello Torino in versione post-crisi, quello che ha consentito alle realtà più brillanti di non soccombere nel biennio orribile 2008/2009. «Ma so bene – ragiona, pensando anche alle Assise di Confindustria che si tengono domani a Bergamo – che oggi non è alla portata di tutti».

Il limite è degli imprenditori?

A volte sì, perché non sempre vedo quella predisposizione a globalizzarsi fatta di prodotti vincenti, managerialità giovani, disponibilità ad aprirsi. Ma anche il sistema deve fare di più.

In che modo?

Favorendo le reti d'impresa o l'internazionalizzazione per filiere, con un grande gruppo a fare da apripista e i suoi fornitori a seguirlo.

Confindustria cosa può fare?

Meno missioni pletoriche con centinaia di imprese e più delegazioni fatte solo di 30-40 aziende. Solo così c'è da guadagnare per tutti, anche per i più piccoli.

Qualcosa sta cambiando?

Mi pare di sì, io stesso ho guidato alcune recenti missioni in Cina e India dove i partecipanti erano pochi, e tutti soddisfatti. Ho notato anche un crescente impegno da parte delle nostre strutture diplomatiche, così come degli enti di promozione nazionale: bene così, ma si deve fare di più.

Lei insiste molto sull'internazionalizzazione, però per crescere all'estero bisogna avere le spalle larghe. E invece spesso le imprese restano sottocapitalizzate, o tendono a proteggere poco e male le proprie tecnologie.

È anche qui che si vede la debolezza del sistema: le banche sono caute, le politiche pubbliche sono lente, le misure per la ricerca sono inefficienti.

Un esempio?

A Torino per esempio siamo rimasti particolarmente scottati dall'esito dei bandi di Industria 2015: si è cambiato mille volte in corsa, e alla fine quando il contributo pubblico si è ridotto al 17% dei progetti molte imprese si sono tirate indietro. Un'altra occasione sprecata.

E il sindacato? Dalla vertenza dell'ex Bertone è arrivato uno spiraglio positivo.

In parte è vero, ma la sensazione è che il mondo delle imprese, quello del sindacato e la politica abbiano agende ancora troppo diverse. Vale a livello nazionale, talvolta anche locale. E finché non si rema tutti nella stessa direzione, non si andrà molto lontani.

Una proposta?

Uno scatto d'orgoglio alla tedesca, per trovare soluzioni condivise.

 

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