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Aiuti Ue, accordo possibile tutti contro i Paesi frugali

BRUXELLES —Stretta finale sul Recovery Fund, con i leader europei inchiodati da venerdì al tavolo negoziale pronti a una nuova notte di dure trattative. I toni restano aspri, ma le distanze si accorciano: la sensazione è di essere giunti al momento della verità, del prendere o lasciare. A separare i Ventisette le cifre finali dell’intervento per salvare dal tracollo finanziario i paesi più colpiti dal Covid. I “frugali” hanno già portato a casa un taglio di 100 miliardi ai 500 di sussidi a fondo perso, ma Rutte e soci insistono, vogliono scendere ancora. Non c’è ancora accordo pieno nemmeno sulle condizionalità per accedere al Recovery, oggetto di scontro nei primi due giorni di summit tra Olanda e Italia: ora si ipotizza un sistema che permetta ai nordici di attivare una discussione politica sulle riforme dei mediterranei senza però diritto di veto.
La giornata, ancora una volta, è durissima e a più riprese il tavolo rischia di saltare. Si racconta di una Angela Merkel allibita di fronte ai toni dei “frugali”, che si sarebbero rivolti a lei e Macron — registi del negoziato — con frasi il cui senso si può riassumere così: «Non prendiamo ordini da voi». Ecco perché l’avvio dei lavori a ventisette previsto per mezzogiorno e la presentazione della nuova bozza negoziale, la terza, slitta di ora in ora: Merkel e Macron non vogliono correre il rischio di bruciare un nuovo testo e trovarsi costretti a issare bandiera bianca, consegnando l’Europa al caos politico e alla sfiducia dei mercati.
I quattro “frugali” — Austria, Olanda, Danimarca e Svezia — vengono raggiunti dalla Finlandia e iniziano a picconare i 750 miliardi (500 di aiuti, 250 di prestiti). Sono straripanti, bruciano manciate di miliardi ogni ora. L’asticella dei sussidi da non rimborsare prima scende a quota 420. Poi si arriva a 400. I nordici non sono ancora sazi e presentano un documento comune: 350 miliardi di aiuti e 350 di prestiti. Il Recovery scenderebbe da 750 a 700 miliardi e sarebbe depauperato di 150 nella sua parte principale, i sussidi. Conte e Sanchez, sostenuti da Merkel e Macron, fanno muro: sotto quota 400 di aiuti diretti non si scende, altrimenti verrebbero intaccati Green deal e digitale. Ma non basta, visto che i “frugali” non si accontentano più di avere salvato i loro sconti ai versamenti al bilancio Ue 2021-2027 grazie alle minacce di veto sul Recovery: ora pretendono che i rebates vengano quadruplicati fino a 25 miliardi.
Fioccano le bilaterali e gli incontri a gruppi, tra i quali uno tra mediterranei e “frugali” durante il quale non mancano le ruvidità. Intanto uno scontro di pari intensità mette di fronte Ungheria e Polonia e ancora Rutte, sempre sostenuto dai partner regionali e questa volta anche da Macron: insieme chiedono di vincolare i fondi del Recovery al rispetto dello stato di diritto. Orbán e Morawiecki non ci stanno. Ed ecco che si materializza l’inedito asse tra Italia e Ungheria contro Rutte. Lo porta in chiaro lo stesso Orbán: «Rutte è responsabile del caos ma noi stiamo con gli italiani». Da Roma Salvini gongola, «Orbán è amico dell’Italia, gli amici di Conte e del Pd no». Si registra l’irritazione francese per il sospetto che Conte sia pronto a cedere sui diritti per l’appoggio dei Visegrad.
Sono direttamente le delegazioni di Italia e Olanda ad affrontarsi per limare le virgole. Sul tavolo il “Super freno d’emergenza” proposto venerdì che permetterebbe all’Olanda di bloccare, o quanto meno rallentare, il Piano di riforme italiano necessario per accedere al Recovery e il successivo esborso delle varie tranche di fondi in modo da influenzare le riforme del nostro Paese. Si ipotizza una formula che permetterebbe ai nordici di congelare il via libera affidando ai leader una discussione politica in merito, ma lasciando (entro tre mesi) l’ultima parola alla Commissione.
Finalmente i leader tornano a sedersi in plenaria per cena. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, presenta il nuovo piano: ci sono i 400 miliardi di aiuti ma ci si scontra su un punto di caduta intorno a 360-370 di sussidi a fondo perduto e altrettanti di prestiti. Sono 22 i Paesi che fanno pressing sui “frugali”. Al momento del prendere o lasciare, lo svedese Loefven rompe il silenzio esprimendo la volontà di negoziare ancora. Macron litiga con Kurz, quando l’austriaco esce dalla sala per una telefonata afferma: vedete, gli interessa solo di parlare con la stampa. In modo sinistro, il francese paragona l’atteggiamento dei frugali a quello di Cameron prima della Brexit. I vertici Ue interrompono i lavori e si prendono una pausa per decidere se proseguire o rinviare. La presidente della Bce, Christine Lagarde, prepara i mercati a ogni esito: «È meglio arrivare a un accordo ambizioso, anche se serve più tempo».

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