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Aiuti pubblici, quattro vincoli Indennizzi fino a 100mila euro

Anche per questo si moltiplica la spinta a trovare altre vite d’aiuto, a partire da un nuovo ricorso alla leva fiscale attraverso una detassazione degli aumenti di capitali. In sostanza si tratterebbe, nei fatti, di azzerare l’Ires sugli utili che l’impresa decide di lasciare in azienda e di non distribuire ai soci. Una sorta di mini-Ires potenziata rispetto a quella voluta dalla Lega nel governo gialloverde e che preveda una riduzione dell’Ires dal 24% al 15% sugli utili. Operazione possibile sugli utili 2019 non anco distribuiti in quanto i bilanci sono stati rinviati a causa del Covd-19 e per la dichiarazione dei redditi e delle tasse ancora c’è tempo.

Quattro vincoli europei per gli aiuti pubblici alle imprese più grandi si aggiungono alle tensioni nella maggioranza sugli interventi per le aziende medio-piccole; e nel dibattito si moltiplicano le ipotesi alternative o aggiuntive, a partire da una sorta di mini-Ires rafforzata che abbatterebbe il carico fiscale sulle ricapitalizzazioni. Mentre prende forma il meccanismo degli aiuti a fondo perduto per artigiani e micro-aziende, in un decreto ex Aprile che arriva finalmente al giro di boa decisivo.

Il governo continua a puntare a un’approvazione nel fine settimana, possibile se come sembra la commissione definirà oggi le modifiche al Quadro temporaneo sugli aiuti di Stato. Ma fino all’ultimo minuto resta in campo l’ipotesi di uno slittamento di un paio di settimane che creerebbe un grosso problema ulteriore. Ma al di là degli ostacoli europei c’è una montagna tecnica e politica da scalare a tappe forzate per non slittare alla prossima settimana: perché prima di andare in consiglio dei ministri occorre non solo superare lo scontro sugli aiuti di Stato, ma anche dare una forma definita alle bozze sterminate su cui si è lavorato in questi giorni e stemperare le polemiche su reddito di emergenza, misure per la famiglia e crediti d’imposta.

In ogni caso l’architettura degli aiuti di Stato, osservata con più di un sospetto dalle stesse imprese, nei casi maggiori dovrà muoversi fra quattro paletti. Scontato quello che impedisce di mettere soldi pubblici in aziende già decotte prima del 31 dicembre scorso (il dossier Alitalia, carico di tre miliardi di euro, viaggia su un percorso a tappe); ma anche nelle crisi da Covid-19 lo Stato dovrebbe poter intervenire solo quando è dimostrato che senza l’ombrellone pubblico la continuità aziendale è a rischio, e un mancato aiuto determinerebbe un «pregiudizio» di ordine economico o sociale: una sorta di “rischio sistemico” applicato a quelle che di fatto sarebbero “ricapitalizzazioni precauzionali” fuori dal mondo bancario.

Ma il più insidioso rischia di essere il quarto vincolo, che riserverebbe l’aiuto statale alle imprese che non hanno potuto accedere ad altre forme di sostegno pubblico con gli stessi obiettivi. Molto dipende da come sarà stata limata la formulazione finale. Perché una lettura rigida chiuderebbe le porte per esempio a chi ottiene i prestiti garantiti dallo Stato o altri sostegni specifici. Fuori da questi limiti europei si muoverebbe invece il sistema degli indennizzi a fondo perduto per le aziende fino a 5 milioni di volume d’affari.

Per loro, l’assegno statale sarebbe graduato a fasce, costruite dall’incrocio di due fattori: il fatturato, appunto, e la perdita subita con il lockdown. Questa formula distribuirebbe il ventaglio degli aiuti, che in base alle cifre in discussione nelle ultime ore andrebbero dai 2.400 euro destinati ai più piccoli con minori perdite fino ai 100mila euro per i più grandi colpiti dai crolli maggiori di fatturato. Ma i numeri sono ancora in gioco.

In mezzo c’è la fascia fra 5 e 50 milioni di fatturato, su cui si sono concentrate le discussioni di questi giorni intorno al meccanismo del “pari passu” in cui lo Stato accompagnerebbe le ricapitalizzazioni private con una somma analoga a quella messa dai soci. Il problema di fondo investe il ruolo dello Stato, come mostrano le dichiarazioni del vicesegretario Dem Andrea Orlando alla Stampa secondo cui «se lo Stato finanzia le aziende deve avere un posto in cda».

L’ipotesi è stata subito smentita da più fonti, ricordando le rassicurazioni del ministro dell’Economia Gualtieri sul fatto che il Tesoro non ha intenzione di intervenire sulla governance delle aziende, ma la dice lunga su un certo interventismo che è presente nella maggioranza, e che potrebbe appesantire i criteri per trasformare in fondo perduto il “passo” pubblico della ricapitalizzazione.

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