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Aiuti di Stato, limiti più larghi sui tetti per i gruppi d’imprese

Si allargano le griglie che vincolano gli aiuti di Stato. Il decreto Sostegni pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale adegua la normativa italiana ai nuovi tetti alzati dall’ultima modifica al Temporary Framework comunitario.

Ma fa anche un passo in più. Le nuove norme rimandano espressamente alle regole europee nella disciplina delle basi di calcolo dei plafond per le imprese riunite in gruppi. La mossa serve a superare le incognite create dai regolamenti attuativi italiani, che avevano moltiplicato i rischi di restituzione a carico delle imprese per un ampliamento estremo del concetto di «gruppo». Con la conseguenza, determinata peraltro da interventi domestici senza richieste di Bruxelles, di mandare in fuorigioco una grossa fetta di imprese che avrebbero superato il tetto cumulato di aiuti e quindi si sarebbero viste costrette alla restituzione. Anche perché l’elenco delle voci che rientrano nei calcoli è ampio, e spazia dalle esenzioni Irap al bonus sanificazioni, dai ristori al bonus affitti fino alle esenzioni Imu.

Con l’articolo 1 del nuovo decreto si ritorna integralmente alla disciplina comunitaria: in pratica la nozione di «impresa collegata» in un gruppo, e quindi l’obbligo di sommare tutti gli aiuti di Stato utilizzati dalle aziende componenti, scatta solo quando c’è il controllo giuridico da parte della capofila. Cioè, in base alla Raccomandazione 2003/361/CE, nei seguenti quattro casi: un’impresa, nei confronti di un’altra azienda, ha la maggioranza del diritti di voto degli azionisti, ha il diritto di nomina o revoca degli organi amministrativi e di controllo di un’altra impresa, ha un’influenza dominante per contratto o clausole statutarie oppure, infine, ha il controllo della maggioranza dei diritti di voto da sola o in virtù di un accordo con altri azionisti.

Trova così una definizione rigida lo scenario che determina il possibile cumulo in un calcolo unitario degli aiuti utilizzati da più imprese, e quindi il rischio di superare i tetti. Cumulo che, però, deve anche seguire il criterio nazionale: e non si verifica quindi quando controllore e controllato sono di due Paesi diversi (ad esempio un’azienda italiana controllata da una francese).

In assenza di questi requisiti, ogni impresa calcola a sé la quota di aiuti utilizzati per verificare il rispetto o meno dei tetti. Peraltro innalzati dalla modifica più recente al Temporary Framework accolta dal decreto: il limite generale sale da 800mila euro a 1,8 milioni, quello per l’agricoltura arriva a 225mila euro dai 100mila precedenti, mentre per la pesca si passa da 120mila a 275mila euro. Forte anche l’incremento del massimale per gli aiuti a copertura dei costi fissi, che passa da 3 a 10 milioni di euro ma è riservato a chi ha registrato l’anno scorso una perdita di fatturato di almeno il 30% rispetto al 2019.

La ritrovata fedeltà letterale alle regole comunitarie rappresenta nei fatti la soluzione migliore possibile per le imprese all’interno di un negoziato condotto dal Mef che evidentemente non sarebbe potuto andare oltre senza scontrarsi con i parametri rigidi di Bruxelles. La formulazione delle norme prospetta poi la retroattività dei nuovi criteri, indispensabile per scongiurare in molti casi la trappola delle restituzioni. Trappola che scatterebbe già a fine aprile per le attività che avendo superato i limiti sarebbero chiamate a pagare l’Irap cancellata a maggio scorso. Tra i beneficiari, non sono poche le imprese che non avendo perso almeno il 30% del fatturato nel 2020 devono rimanere sotto il limite degli 1,8 milioni, ignorando quello dei 10. Di qui la richiesta del mondo delle imprese di un rinvio della scadenza del 30 aprile.

Molto sul piano applicativo si giocherà anche con il decreto che il Mef dovrà scrivere nelle prossime settimane per disciplinare i passaggi operativi dopo aver notificato a Bruxelles l’articolato elenco degli aiuti riconosciuti nell’ultimo anno. È un aspetto non secondario anche per la gestione burocratica dell’intera vicenda, che coinvolge anche i Comuni. I sindaci chiedono di individuare una soglia “bagatellare” (per esempio 5mila euro) che permetta di evitare il censimento nel registro nazionale, semplificando parecchio la macchina operativa. Gli enti locali spingono poi per non dover riportare singolarmente tutti i casi di esenzioni Imu, che sono peraltro la conseguenza automatica delle norme statali introdotte per la crisi.

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