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Aiuti in Europa: spesi 500 miliardi ma pochi risultati

La soluzione della crisi del debito sovrano europeo iniziata in Grecia il 20 novembre 2009 con l’annuncio del conti truccati e del deficit al 15,6% assomiglia sempre di più al gioco dell’oca dove quando sembra di aver finalmente raggiunto il traguardo della messa in sicurezza dell’euro, la moneta unica cade di nuovo in una casella che fa tornare tutti al punto di partenza. Un salvataggio che è arrivato a 500 miliardi di euro.
È avvenuto prima con Atene che il 2 maggio 2010 ricevette 110 miliardi di euro di cui 80 in prestiti bilaterali a tassi eccessivi, poi ridotti della metà, e 30 miliardi di euro a carico delle casse dell’Fmi. All’inizio però si perse tempo prezioso perché i ministri delle Finanze dell’Eurozona, non volevano nemmeno chiedere aiuto o tantomeno assistenza tecnica al Fondo monetario internazionale di Washington. Sembra incredibile ma allora si pensava di far tutto da soli, con prestiti bilaterali tra Paesi senza ancora avere nemmeno in campo il Fondo di stabilità europeo, l’Efsf, i cui prestiti non godono ancora oggi di nessuna precedenza di rimborso, a differenza del futuro Meccanismo europeo di stabilità, Esm, in questo finalmente emancipato.
Ad Atene venne assegnato un piano di rientro fatto di tagli alla spesa, aumento della pressione fiscale e contemporaneo varo di riforme strutturali: una cura da cavallo che ovviamente non funzionò. Così il 14 marzo 2012 si decise un nuovo aiuto da 130 miliardi di euro, su un Pil 2011 di 215 miliardi di euro, più il varo dello swap sui bond, cioè una perdita a carico dei privati detentori di obbligazioni greche pari a 100 miliardi di euro, la maggiore della storia moderna. Anche in questo caso non si pensò all’effetto tsunami che il Psi, cioè il coinvolgimento dei privati, deciso tra Sarkozy e la Merkel al vertice di Deauville dell’ottobre 2010, avrebbe avuto sui bilanci delle banche elleniche che infatti ora attendono 50 miliardi di euro per ricapitalizzarsi.
A novembre 2010 toccò a Dublino a cui vennero prontamente messi a disposizione 85 miliardi di euro di cui eccezionalmente 17,5 in prestiti bilaterali di Gran Bretagna, Svezia e Danimarca, 22,5 dall’Fmi, 22,5 dell’Efsf, e 22,5 dalla Ue e Efsf. La cifra necessaria per salvare i conti pubblici devastati dal salvataggio deciso in una notte delle banche del Paese. Banche che ancora oggi restano traballanti a causa dei bond in pancia e dei “bad loans” che continuano ad appesantire i bilanci.
Nel maggio 2011 il Portogallo, dopo una breve resistenza, ricevette 78 miliardi di euro di aiuti di cui 26 dall’Fmi, 26 dall’Efsf e 26 dalla Ue/Efsf. Lisbona gettò la spugna quando nelle sue casse aveva solo 3 miliardi di euro e non poteva più rivolgersi al mercato. Il problema di Lisbona era la crescita, o meglio la mancata crescita del Pil, dovuta all’erosione continua di competitività. Lisbona era diventata sempre più periferica perché da anni la sua economia era diventata tale non reggendo il passo con l’economia leader del Continente, la Germania.
Salari troppo alti rispetto alla produttività avevano messo fuori mercato i pochi prodotti portoghesi, infrastrutture insufficienti, istruzione inadeguata, lassimo, sprechi, selezione della classe politica per nepotismo e non per merito. Quando l’economia non cresce le entrate fiscali languono e i conti pubblici saltano. Ma anche in questo caso i rischi restano elevati perché la competitività non è stata recuperata.
Con la Spagna si arriva all’ultima tappa con 100 miliardi di euro messi a disposizione dei ministri dell’Eurozona per salvare le sue banche. I mercati però guardano a nodi irrisolti: il premier Rajoy deve risolvere i debiti delle regioni per 16 miliardi di euro e deve ripagare 47 miliardi di bond in scadenza nella secondo semestre dell’anno. Ce la farà? Ancora una volta un intervento fatto con l’acqua alla gola e senza la volontà di decidere mosse come la garanzia europea dei depositi bancari, o la vigilanza dei grandi gruppi di credito, a livello Ue.
Senza contare le decisioni controverse come quella dell’Eba, l’agenzia bancaria europea, che obbligò le banche il 26 ottobre 2011 a mettere nel bilancio i valori dei bond in pancia a valori di mercato, (mark to market) facendo aggravare la crisi delle banche dei Paesi dei periferici e premiando quelle tedesche e britanniche. Mossa “congelata” dalla contromossa della Bce che decise di immettere liquidità (Ltro) per mille miliardi di euro a un tasso dell’1%.
In attesa del traguardo dell’unione fiscale dove però un supercommissario al bilancio (spese) e alla fiscalità (entrate) a Bruxelles avrà diritto di verificare come vengono spesi i soldi comuni, con un meccanismo di controllo parlamentare, emanazione degli stati nazionali.

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