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Aiuti e capitale Cdp alle imprese, il peso di costi e scadenze fisse

Gli aiuti pubblici alle imprese con più di 50 milioni di fatturato attraverso il “Patrimonio Rilancio”, gestito da Cassa depositi e prestiti, non potranno superare il «minimo necessario per garantire la continuità dell’impresa beneficiaria», dovranno guardare prima di tutto alle aziende attive in settori strategici (con priorità, per esempio, a sviluppo tecnologico, infrastrutture critiche e strategiche, ma anche sostenibilità ambientale) che senza l’aiuto rischierebbero di saltare o comunque di produrre «considerevoli perdite di posti di lavoro» e avranno un costo crescente nel tempo, in un calendario blindato da un meccanismo step-up che scatta quando si superano le scadenze previste per l’uscita di scena della Cassa.

Il percorso per l’attuazione dell’ombrello pubblico, previsto dal decreto Rilancio, 44 miliardi in termini di saldo netto da finanziare, è al rettilineo finale. La scorsa settimana, la Dg Competition ha ufficializzato il via libera alla decisione Sa.57612 che dovrebbe essere pubblicata a stretto giro. Poi il Parlamento avrà sui propri tavoli il testo finale del decreto attuativo che, insieme al Regolamento del fondo, fisserà la griglia operativa dei parametri dello strumento. Ma già in una delle bozze di lavoro del decreto, non definitiva, che il Sole 24 Ore ha potuto visionare, emerge chiaro l’esito di un negoziato che ha visto l’Italia (insieme ad altri Paesi, a partire dalla Germania) cercare di allargare il possibile raggio d’intervento. Il risultato finale, al netto delle ultime correzioni che potranno comparire nel testo destinato alla Gazzetta Ufficiale, ha così ampliato il ventaglio degli strumenti con cui Patrimonio destinato potrà intervenire, affiancandone altri a quelli già previsti dal Temporary Framework comunitario sugli aiuti di Stato (azioni e convertendo) come i prestiti obbligazionari subordinati e quelli convertibili. E anche dal punto di vista della platea delle imprese, che potranno chiedere il sostegno, il panorama appare ampio. Non solo per l’elenco dei settori “strategici” che nella bozza di lavoro, ancora aperta e passibile di modifiche, spazia dalle infrastrutture ai trasporti, dalla difesa alla comunicazione fino ai servizi pubblici, al turismo, all’agroalimentare e all’energia. Ma anche perché, per ottenere l’etichetta di “strategica”, all’azienda potrebbe essere sufficiente rispondere ad alcuni criteri automatici, come un fatturato superiore a 300 milioni, un organico con più di 250 dipendenti o un ruolo di primo piano nell’economia territoriale (la bozza visionata apre le porte a chi rientra nel 30% delle imprese con maggior numero di dipendenti nella provincia in cui c’è la sede).

C’è poi il tema dei costi e dei vincoli temporali posti all’intervento che riflettono le ultime evoluzioni del Temporary Framework. Sull’aiuto incide un costo crescente nel tempo, con uno spread che per esempio nel caso dei prestiti con obbligo di conversione alle Pmi va dai 225 punti base del primo anno ai 450 del quarto e quinto anno (per le grandi imprese la forbice si allarga ulteriormente). Ed è accompagnato da un meccanismo step up che determina una sanzione una volta superata la scadenza, dai quattro ai sette anni a seconda dello strumento e del tipo di azienda coinvolta. Nei subordinati convertibili, ad esempio, se la partecipazione di Patrimonio non è stata interamente ceduta scatterà una remunerazione aggiuntiva pari al 10% della partecipazione residua: meccanismi analoghi sono previsti per gli altri strumenti.

Quanto alle soglie relative alle tipologie di aiuti, nel caso di aumento di capitale l’asticella massima per l’intervento del Patrimonio Rilancio non potrà superare il 20% ed essere inferiore a 100 milioni, mentre per i prestiti obbligazionari subordinati convertibili l’importo non può andare oltre il 25% delle azioni in circolazione della stessa società e la taglia “minima” sarà di un milione per ciascun intervento. Mentre, nel caso in cui gli interventi di Patrimonio Rilancio superino i 250 milioni di euro, sarà necessario notificare gli stessi alla Commissione europea per ottenerne l’approvazione ai sensi della normativa sugli aiuti di Stato.

Per evitare distorsioni della concorrenza, sono poi previsti tutta una serie di impegni a carico dell’impresa che beneficia dell’assist del veicolo gestito da Cassa: dall’impossibilità per l’azienda di acquisire una partecipazione superiore al 10% in imprese concorrenti o altri operatori dello stesso ramo fintanto che l’intervento non si sia ridotto di almeno del 75% all’obbligo di non effettuare pagamenti di dividendi non obbligatori o riacquisto di azioni (se non in favore del Patrimonio Rilancio), che viene meno solo in presenza del contestuale coinvestimento da parte di altri investitori alle stesse condizioni di Cdp e per un ammontare pari almeno al 30% dell’intervento complessivo, fino a precisi paletti per quanto riguarda la remunerazione di amministratori o dirigenti dell’impresa richiedente.

Infine, c’è il nodo governance associato all’intervento del Patrimonio Rilancio: su questo versante, la partita non è ancora chiusa e la bozza lascia aperto l’approccio in relazione ai diritti di voto nelle imprese beneficiarie della discesa in campo dello strumento. Le aziende dovranno poi rendicontare l’utilizzo dei fondi per consentire di verificarne la compatibilità con i criteri fissati per il Patrimonio Rilancio su cui anche Cdp sarà chiamata a fornire una fotografia trimestrale ai ministeri dell’Economia e dello Sviluppo Economico con la lista degli interventi effettuati.

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