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Chi aiuta le banche? Il vantaggio di Powell

Tra gli Stati Uniti e l’Europa c’è di mezzo un oceano. Una distanza che si amplia se si analizza il settore creditizio. A fine anno i primi quattro istituti americani (Jp Morgan, Citi, Bank of America e Wells Fargo) capitalizzavano poco meno di mille miliardi di dollari. La sola JP Morgan circa 400. Le prime quattro banche europee (Bnp Paribas, Santander, Intesa Sanpaolo e Ing) intorno ai 200 miliardi di euro. Ma non basta. Indicativi anche gli ultimi dati trimestrali. JP Morgan, la più grande banca statunitense, ha registrato un sostanzioso rialzo dei profitti grazie a un migliore andamento dei ricavi da trading, alla performance dell’investment banking e alla riduzione di riserve, destinate a coprire le probabili perdite su crediti legate alle insolvenze per l’emergenza Covid. Con Wells Fargo (763 milioni) e Citigroup (1,5 milioni) questa cifra è salita a cinque miliardi, segno che l’arrivo dei vaccini sta allentando la tensione che aveva portato le tre banche americane a mettere a riserva 31 miliardi di dollari.

«Gli sviluppi positivi dei vaccini — ha detto il ceo di Jp Morgan Jamie Dimon — e gli stimoli previsti dal nuovo presidente Joe Biden hanno contribuito a ridurre un po’ di accantonamenti. Le nostre riserve di credito, comunque, ci consentiranno di resistere a una congiuntura molto peggiore delle attuali previsioni base della maggior parte degli economisti».

In chiaroscuro, invece, il bilancio di Wells Fargo e Citigroup. L’utile netto di Wells Fargo è cresciuto ma i ricavi sono diminuiti. A pesare principalmente sono i costi. Non è un caso che l’amministratore delegato Charlie Scharf si sia impegnato a tagliare dieci miliardi di spese. Al contrario Citigroup ha conosciuto sia un calo dei ricavi che degli utili ma al di sotto delle aspettative degli analisti. I profitti di Goldman Sachs si sono duplicati. A sostenere la redditività è stato il boom dei collocamenti, comprese le Ipo di società tecnologiche, che si sono rivelati particolarmente redditizi per il gruppo guidato da David Solomon. Anche Morgan Stanley ha battuto le attese annunciando, nei conti del quarto trimestre, un balzo dell’utile grazie alle attività di trading e di investment banking. Va sottolineato che Morgan Stanley è uno degli istituti più attenti alle trasformazioni del mercato, come dimostra l’acquisizione di ETrade Financial, che gli ha consentito di sfruttare il boom del trading. Inoltre, lo scorso ottobre ha annunciato di voler acquisire la società di gestione Eaton Vance per sette miliardi di dollari.

Il credito per le aziende

Il confronto Usa-Europa peggiora ulteriormente se si esamina il corporate & investment banking. Qui il divario continua ad aumentare. Due dati che fotografano l’inarrestabile trend. Il primo: dal 2012 al 2020 la quota di mercato delle grandi banche Usa in Emea (Europa, Middle East, Africa) è salita oltre il 40%, mentre quella delle banche europee negli Usa ha continuato a scendere. Secondo dato: la redditività delle attività Cib delle grandi banche Usa, misurata in termini di return on equity (Roe), è largamente superiore rispetto a quella degli istituti europei. Inoltre i big del Vecchio Continente sono alle prese con progetti di ristrutturazione che prevedono taglio dei costi e riduzione della presenza nelle aree in cui non hanno massa critica sufficiente, come negli Usa. Il tutto sapendo che il mercato di sviluppo è l’Oriente, Cina in primis, dove la presenza europea è molto ridotta.

Due velocità post Lehman

Ma come mai il gap si è così allargato? La prima ragione sta nei diversi tempi e modalità dei salvataggi post Lehman Brothers. Gli Usa vararono il Tarp, obbligando tutte le grandi banche (a eccezione di Goldman Sachs) a ricapitalizzarsi subito con fondi dello Stato, poi rimborsati. In Europa si andò in ordine sparso, lasciando libertà di manovra ai singoli Paesi.

In secondo luogo, il post Lehman ha coinciso con la nascita della Vigilanza unica Bce, che ha imposto aggiustamenti progressivi sui ratios patrimoniali. Un decennio di iper-regolamentazione che ha condizionato e frenato lo sviluppo del business.

Terzo elemento: le maxi sanzioni delle autorità Usa alle big bank europee attive negli Stati Uniti. A partire da Deutsche Bank, addirittura bocciata agli stress test della Fed a giugno 2018. Adesso la situazione è migliorata anche se tutte le banche europee restano, dal punto di vista strategico, in mezzo al guado. La spinta verso nuove aggregazioni transnazionali è ferma e i costi fissi sono ancora elevati visti gli ingenti investimenti che si devono sostenere per la transizione al digital banking.

C’è poi un problema legato alle politiche delle due banche centrali. Nelle settimane scorse la Fed, guidata da Jerome Powell, ha promosso le maggiori banche americane e consentito loro di ripartire con piani di buyback, sin dal primo trimestre del 2021. Per i colossi di Wall Street si è trattato di una vittoria dopo mesi di divieto, sulla linea del blocco dei dividendi operato anche dalla Bce.

Il 2021 è iniziato dunque con una significativa novità per i titoli creditizi a Wall Street. Nel concedere il via libera la Fed ha, comunque, sottolineato che le perdite da Covid per le grandi banche potrebbero superare i 600 miliardi di dollari. JP Morgan e Goldman Sachs sono state le prime a uscire allo scoperto, annunciando l’intenzione di far ripartire gli acquisti di azioni proprie. «Continueremo a mantenere un bilancio forte che ci consente di dispiegare capitale rafforzando le nostre attività e restituendo l’eccesso di capitale agli azionisti», ha sottolineato Dimon.

Lo sganciamento

Come mai questo diverso comportamento tra Washington e Francoforte? La Fed ha voluto rafforzare il suo orientamento espansivo, confermando un dogma: niente tassi di interesse negativi. A differenza della Bce. Certo questa è una decisione che potrebbe danneggiare una parte dell’economia reale, ma di certo favorisce le banche. Per fare luce sulle mosse della Fed bisogna fare un passo indietro. Fino all’ottobre 2008, l’authority americana non pagava interessi sui depositi che le banche prendevano da lei.

Le ragioni erano duplici. Primo, non era necessario per la politica monetaria; secondo, non creava privilegi perché gli istituti non traevano guadagni dall’avere nel proprio portafoglio la moneta pubblica. L’irrompere della Grande crisi ha spinto la Fed a pagare i depositi. Che dal quel giorno sono passati da circa 10 miliardi di dollari fino al picco di 2.800 miliardi del 2015. E ha continuato a farlo anche quando la Bce sceglieva la politica dei tassi negativi. Nasce allora la contrapposizione tra due diverse strategie di politica monetaria e creditizia. Da un lato, la Fed con la sua politica con il rendimento positivo sui depositi; dall’altro la Bce, con la sua strategia che i tassi possono essere negativi.

I pro e i contro delle due visioni sono molto legate alla flessibilità e alla velocità dei due sistemi. La politica della Fed ha avuto la finalità di far crescere il credito delle banche a favore dell’economia. Un rischio che la Bce non si è sentita di correre.

È evidente che l’aggressivo disegno americano rischia di avere dei vincenti e dei perdenti. Sono penalizzate le imprese medie e piccole; avvantaggiate le grandi banche e i big dell’industria. I dati confermano questa prospettiva. Se si guardano i margini relativi di guadagno delle banche Usa sui depositi e sui crediti, si scopre che i primi si sono compressi, i secondi aumentati. In altri termini, la politica monetaria americana non ha voluto intaccare il potere delle banche, visto come volano della ripresa. Anzi, l’ha aumentato. Il tutto mentre la Bce (basta vedere la recente posizione presa sugli Srep da Andrea Enria, presidente della Vigilanza) continua a bloccare la spinta espansiva degli istituti europei, sia sotto il profilo dei dividendi, dei buy back, che dei coefficienti patrimoniali.

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