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Airbus è tornato in volo «i concorrenti? dalla Cina»

René Obermann, 58 anni, originario di una cittadina del Nordreno-Westfalia, ha lanciato la sua prima startup dopo avere passato anni nell’aeronautica militare. Da allora è entrato nel cuore di Deutschland AG, l’élite tedesca degli affari, guidando Deutsche Telekom e partecipando fra gli altri ai consigli d’amministrazione di Allianz, ThyssenKrupp e Eon. Oggi presiede Airbus, il colosso europeo dell’aviazione civile e militare. L’Economia lo ha incontrato con altri tre grandi media dell’area euro.

Presidente, con la pandemia in declino il mercato dell’aviazione civile sta ripartendo?

«Ci sono progressi nella lotta alla pandemia, anche se con situazioni diverse nel mondo. Dobbiamo restare vigili e consapevoli che la situazione resta fragile. La nostra previsione è di un recupero graduale ai livelli pre-Covid nei prossimi due o tre anni . Il futuro sembra più roseo di quanto non fosse sei mesi fa e con la prospettiva di vaccinazioni anche nel mondo emergente penso che la situazione continuerà a migliorare. Quindi nel complesso l’ottimismo è giustificato».

Per l’aviazione civile il Covid è una rottura strutturale o ci sarà un ritorno al mondo di prima?

«Il Covid ha aumentato la consapevolezza delle persone riguardo alla mobilità. In futuro tutti vorranno viaggiare meglio e in modo diverso. Presteranno più attenzione alla sostenibilità, chiederanno più qualità, più destinazioni dirette».

Lei sembra dare per scontato un ritorno ai livelli pre-Covid, poi una crescita continua. Ma l’Europa si sta impegnando ad azzerare le emissioni nette e ciò significa più trasporto via terra…

«Airbus è pioniere in questo campo. Negli ultimi 30 anni le emissioni sono state ridotte di più del 50% e negli ultimi anni in media più del 2% all’anno. Puntiamo a mettere sul mercato un aereo a emissioni zero per primi nel 2035. La tabella di marcia per arrivarci comporta sforzi senza sosta, con una combinazione di tecnologie e materiali nuovi, aerei più leggeri, migliore aerodinamica, più carburanti sostenibili per l’aviazione».

Perché avete chiuso uno stabilimento in Spagna e fatto lo spin-off di una controllata in Germania?

«Un anno fa o poco più Airbus aveva perso il 40% del fatturato. Il management ha fatto sforzi di ogni tipo per mitigare l’effetto della crisi, tenendo presente la nostra responsabilità sociale. Ma oltre a gestire una crisi passeggera, dobbiamo pensare a mettere il gruppo su una traiettoria competitiva di lungo periodo. La trasformazione ambientale e l’ascesa della concorrenza cinese richiedono ricerca e sviluppo intensi, investimenti in ingegneria e digitale. Il successo di ieri può nutrire i fallimenti di domani. Non possiamo sederci o procrastinare sui miglioramenti di efficienza necessari, perché la concorrenza non sta dormendo».

Lei è tedesco in un gruppo con azionisti pubblici di Germania (10,9%), Francia (10,9%) e Spagna (4,1%). Il punto di vista di Berlino è ben capito a Airbus?

«Per me Airbus è un’azienda europea con radici in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. E compete su scala globale. Dovessi pensare a fare la cosa giusta solo per la Germania, o per la Francia o la Spagna, farei un danno alla nostra competitività complessiva di lungo periodo. Siamo forti solo se vediamo noi stessi come un’azienda globale».

Come vede il suo ruolo a Airbus?

«Una funzione chiave è contribuire all’evoluzione dell’azienda con le mie esperienze su strategia, finanza, telecomunicazioni e digitale. Il digitale incide sempre di più, nel nostro settore. Airbus pensa sempre oltre i prossimi cinque anni. È indispensabile. Credetemi, ho già visto questo film: quel che hai fatto bene ieri può essere spiazzato in poco tempo domani. Parte del mio ruolo è far sì che questo non accada a Airbus. Detto brutalmente, non voglio finire come i produttori di auto all’avvento di Tesla o l’industria delle telecomunicazioni con l’arrivo di Skype negli anni ‘90. Chiamatela pure paranoia, ma dentro ho questa paura costante di perdermi qualcosa sulla tecnologie o le tendenze decisive».

Lei continua a dire che dovete fare continui sforzi. Quindi le ristrutturazioni non sono finite?

«Dobbiamo adattarci di continuo alla sfida ambientale e a una concorrenza sempre più forte. L’impatto sull’aviazione delle tecnologie digitali e dei nuovi soggetti sul mercato è enorme. Uno nuovo e importante arriva dalla Cina e vorrei tracciare un’analogia con un altro settore che conosco bene, le infrastrutture delle reti di telecomunicazioni. In quel segmento la concorrenza cinese, in particolare Huawei, ha praticamente conquistato l’industria globale in dieci anni. Se noi vogliamo difendere la nostra leadership globale nell’aviazione fra dieci o 15 anni, dobbiamo perseguire senza sosta l’efficienza e l’innovazione allo stesso tempo. Che sia con il design o la manifattura digitali, l’automazione delle linee di produzione, l’analisi dei dati che può espandere o trasformare i modelli di business. Ciò che oggi va bene può non bastare domani».

Con il Covid si esagera con gli interventi pubblici?

«Distinguiamo fra sforzi di mitigazione della crisi e sostegno alla trasformazione ecologica. I governi hanno capito che il Covid è stato una minaccia mortale per la nostra industria. Ma in una crisi c’è anche il rischio che le aziende e gli Stati si concentrino solo sulle misure difensive. Invece dobbiamo continuare a perseguire programmi di ricerca e sviluppo di lungo periodo, per esempio sull’idrogeno».

Lei parla di ambiente. Ma se deve andare da Berlino a Francoforte o da Milano a Roma, che fa: vola o prende il treno?

«Non ci sto! Io sono attento all’ambiente quando viaggio, ma stiamo ai fatti. Due litri per passeggero ogni cento chilometri, in media. Se lo traduciamo in emissioni di CO2, stiamo parlando di 60-65 grammi in media. Con una riduzione del 2% ogni anno. Andate un po’ a confrontare con altri mezzi di trasporto. L’aviazione rappresenta il 2-3% delle emissioni a livello globale».

Joe Biden è in Europa. Sta finendo il contenzioso sui sussidi a voi e a Boeing?

«Sono felicissimo che Biden tenda la mano per rivitalizzare le forti relazioni fra l’Europa e gli Stati Uniti. L’Europa ha bisogno di questa alleanza, tanto quanto gli Usa. I dazi voluti da Donald Trump sono stati un danno per tutti. Mi ha fatto molto piacere che a marzo ci sia stato un gesto positivo, quando le due parti hanno deciso di sospendere i dazi e discutere una soluzione. Guardando avanti, non dovrebbero esserci misure protezioniste di alcun tipo e su questo l’amministrazione Biden mi dà molta speranza».

Ma vi metterete d’accordo sui sussidi?

«Le dò un esempio: vogliamo costruire un aereo a emissioni zero entro 15 anni. Un disegno nuovo con l’integrazione della struttura e del sistema di propulsione. Dobbiamo dominare molti aspetti dell’idrogeno e lo sviluppo può costare oltre dieci miliardi. Qui stiamo parlando di investimenti rimborsabili per il lancio: li ripagheremo in parallelo alle vendite. Questi non sono sussidi ma condivisione del rischio e il Wto ha detto che va bene».

La Cina sta diventando il mercato più importante per Airbus. L’Europa dovrebbe unirsi agli Stati Uniti in un approccio più assertivo verso Pechino?

«Ci sono discussioni e conflitti politici sui quali non posso commentare. Noi vediamo l’accordo Unione europea-Cina, in linea di principio, come un passo positivo. Incoraggia la reciprocità, l’accesso ai mercati cinesi, ma anche la sostenibilità e i diritti umani nel lavoro. Speriamo che le discussioni fra Stati Uniti, Europa e Cina portino a una convergenza».

L’accordo Ue-Cina sembra morto. Si può salvare?

«Spero che possa succedere sulla base di un dialogo costruttivo. Come gruppo globale, abbiamo attività industriali negli Stati Uniti, in Canada, in Cina e in Europa e abbiamo bisogno del multilateralismo».

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