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Ai massimi nel segno di Ben

Fra il rischio di essere accusato di fare troppo o troppo poco per stimolare l’economia, Ben Bernanke ha scelto la prima opzione. Il governatore della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, non potrà essere certo accusato dall’attuale presidente, il democratico Barack Obama, di non aver provato di tutto e di più per sostenere una ripresa anemica. Se Obama non verrà confermato alla Casa Bianca alle prossime elezioni di novembre, non potrà dire che la Fed non ha fatto il possibile per sostenerlo.
Non sorprende quindi che siano stati i Democratici ad applaudire convinti la decisione della Fed di inondare il mercato di liquidità e la sua dichiarazione che il primo obbiettivo è diventato abbassare il livello di disoccupazione, attualmente all’8,1%, più alto del 7,7% di inizio 2009, quando Obama cominciò a governare e più alto di quella soglia psicologica del 7,2% sopra la quale nessun presidente è mai stato rieletto dopo la Grande Depressione.
Critiche repubblicane
Dall’altra parte i critici più insoddisfatti di Bernanke sono i Repubblicani e il loro candidato presidenziale Mitt Romney, secondo cui l’ultimo stimolo monetario della Fed è «artificiale e non efficace» mentre «bisognerebbe creare ricchezza, non stampare moneta».
Ma al di là delle ripercussioni sulla campagna elettorale, l’impatto più immediato e sicuro del cosiddetto QE3 (terza ondata di quantitative easing, massicci acquisti di bond sul mercato) è su Wall Street, che ha brindato giovedì scorso con l’ennesimo rialzo, arrivando quasi a toccare il massimo storico del 9 ottobre 2007, quando l’indice Dow Jones aveva chiuso a 14.164 punti (solo 4 punti percentuali più di oggi) e l’S&P500 a 1.565 (6 punti sopra l’attuale livello). Il problema è quanto a lungo può durare la festa e se il post-party avrà il sapore amaro del dopo sbornia o addirittura tutte le caratteristiche di una nuova recessione, come quella iniziata proprio a fine 2007.
Wall Street festeggia perché gli investitori prevedono che l’eccesso di liquidità si riversi sulla Borsa. È successo tutte le volte, da quando a fine 2008 è partita la prima fase del quantitative easing, consistente nell’acquisto di titoli basati sui mutui: il Dow Jones salì del 56% fino al marzo 2010, la fine del QE1. Poi nell’agosto 2010 Bernanke diede il via a un altro rally di Borsa, segnalando il possibile avvio del QE2, ufficializzato nel novembre di quell’anno e realizzato con l’acquisto di titoli del tesoro Usa. E da settembre 2011 è in corso l’operazione Twist in cui la Fed sostituisce i T-bond a breve comprando quelli di lungo termine. Il risultato è che i rendimenti dei titoli di Stato americani sono ai minimi storici, sotto il 2% (lordo) per i decennali; anche i tassi dei mutui sono bassissimi, il 3,5% per i contratti trentennali.
Il mattone al centro
Poteva essere molto peggio senza QE? Lo sostiene la Fed, che nelle sue simulazioni — esercizi matematici pieni di ipotesi non confutabili dalla storia — calcola che gli stimoli monetari di Bernanke avrebbero finora aumentato di 3 punti percentuali il Pil e di 2 milioni i posti di lavoro. Con il QE3 — focalizzato di nuovo sull’acquisto di titoli basati sui mutui — il governatore della Fed spera di rivitalizzare il mercato immobiliare: se calano ancora i tassi le famiglie possono rinegoziare i mutui già aperti — pagando rate meno care — o accenderne di nuovi per comprarsi la casa o «rifinanziarsi», cioè usare la casa per farsi dare anticipi cash. Se riparte il business della casa — ragiona il governatore — ripartono anche tutti gli altri.
Ma le famiglie americane sono ancora traumatizzate dallo scoppio della Bolla immobiliare nel 2007-2008: il reddito dei ceti medi è calato ai livelli del 1995, secondo gli ultimi dati dell’Ufficio del censimento governativo; molti non hanno più i requisiti per ottenere prestiti; gli investimenti in titoli «sicuri» sono erosi dall’inflazione che, finora mite (1,7%), comunque azzera i tassi «reali» dei T-bond ed è in risalita per i prezzi della benzina e degli alimentari, due voci vitali dello shopping. In più, i risparmiatori non hanno beneficiato del boom di Wall Street perché ne sono stati alla larga.
Rischi di Borsa
Se a questo si aggiunge la paura del fiscal cliff — il «dirupo fiscale» fatto di aumenti delle tasse e tagli della spesa pubblica nel 2013 — ecco aumentare l’incertezza sul futuro dell’economia. Per questo «le aziende rimandano gli investimenti e sono caute nell’assumere dipendenti — spiega Harm Bandholz, economista americano di Unicredit — e la nuova mossa della Fed difficilmente avrà un impatto percepibile sull’occupazione e sull’economia».
«L’unica conseguenza è distorcere ulteriormente i mercati e complicare l’eventuale strategia di uscita della Fed dalla sua politica espansiva: un grande pasticcio», dice Joshua Shapiro di Mfr. L’eccesso di liquidità non piace nemmeno agli investitori azionari value, di lungo termine: «Questo rialzo di Wall Street non c’entra con i valori fondamentali delle aziende», avverte Kim Caughey Forrest, stratega della Borsa per Fort Pitt capital group. E gli analisti di Strategas research consigliano di incassare i guadagni finché possibile, anticipando le delusioni sui futuri profitti delle società quotate e il rischio di recessione nel 2013.

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