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Ai fini del reato di riciclaggio bisogna provare quello presupposto

Ai fini della sussistenza del reato di riciclaggio deve essere provato quello presupposto. E la prova del superamento della soglia di punibilità prevista dall’art. 4 del dlgs 74/2000, va fornita con riferimento all’anno di imposta al quale si riferisce la contestazione, non potendosi assumere in astratto, che l’accertamento di disponibilità all’estero per anni precedenti non dichiarati, siano rilevanti al fine del computo dell’annualità accertata. Lo afferma la sentenza della Cassazione sez. 6 pen., 19849/2021, che accoglie uno dei motivi del ricorso presentato da taluno degli imputati avverso la decisione della Corte d’appello di Firenze del 17/9/2020. Il caso ruotava intorno all’accertata esistenza di una somma di oltre euro 600 mila considerata reddito prodotto nell’anno di imposta 2003 (il reato presupposto), nella considerazione che essa non era stata oggetto di indicazione nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, mentre l’imputato si era difeso sostenendo che detto importo fosse stato accumulato precedentemente (anche dell’entrata in vigore dell’art. 4, dlgs 74/2000) e in più soluzioni. Nella sentenza impugnata, più precisamente i giudici del merito avevano ritenuto che i fondi erano stati costituiti «allo scopo di ostacolare la provenienza di tale denaro dal reato fiscale di cui all’art. 4 dlgs n. 74 del 2000, commesso dall’imputato con la presentazione della dichiarazione dei redditi infedele del 2003», somma esistente presso «due conti correnti di una banca svizzera, spostata su un conto corrente di una banca sanmarinese intestato ad una società inglese da lui amministrata, e poi ancora su un altro conto dello stesso istituto di credito sanmarinese intestato ai suoi clienti». Oltre a quanto sopra, la Corte annota che la materia in questione è in realtà disciplinata dal dl 167/90, relativo agli obblighi dichiarativi con finalità di monitoraggio fiscale, dal quale discende quello della compilazione del quadro RW della dichiarazione annuale dei redditi. Quindi, secondo i giudici, tale obbligo «è finalizzato ad imporre il pagamento di una specifica imposta», Ivafe o Ivide, la cui violazione è colpita da specifiche sanzioni di natura amministrativa. Con ciò escludendosi l’applicabilità dell’art. 4 del dlgs 74/2000, perché eventualmente esso può riguardare solo i redditi prodotti dalle disponibilità all’estero, in quanto «rendite che, peraltro, vanno dichiarate in quadri della dichiarazione dei redditi diversi dal quadro RW». Sentenza quella in commento di segno diametralmente opposto a diversi arresti giurisprudenziali dei colleghi della civile (ord. 2082/2021 V sez., ItaliaOggi del 12/2/2021).

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