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Aggravata la bancarotta impropria

L’aggravante del danno di rilevante gravità può scattare per il reato di bancarotta impropria. Lo stabilisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 10180 della quinta sezione penale, depositata ieri. La Corte riconosce l’esistenza di un precedente della stessa sezione che ha sostenuto esattamente il contrario (sentenza n. 8829 del 2009), ma nega che si possa trattare di un vero e proprio contrasto da rimettere alle Sezioni unite. In quel precedente la Corte sottolineava come, in assenza di un rinvio esplicito all’articolo 219 della Legge fallimentare, (quello sull’aggravante) da parte dell’articolo 223 (quello sulla bancarotta impropria), non sarebbe comunque possibile l’applicazione dell’aggravante, non potendo operare un’interpretazione analogica peggiorativa per l’imputato del reato.
Per la Cassazione però si può arrivare ugualmente all’applicazione dell’aggravante, tenendo conto che il reato di bancarotta impropria ha poche differenze rispetto a quello di bancarotta propria e non riguardano il dato oggettivo della condotta. «Ne conseguirebbe pertanto – avverte la sentenza –, seguendo l’interpretazione propugnata dal ricorrente, una ingiustificata disparità di trattamento a favore degli amministratori degli enti collettivi, tanto più irragionevole se si pensa che le più vaste dimensioni dell’impresa societaria comportano normalmente una maggior gravità e diffusività delle conseguenze dannose del reato di bancarotta».
Del resto, un rinvio tra fattispecie propria e impropria esiste. Ed è quello alle pene applicabili alla seconda, che devono essere determinate con riferimento alla prima (nella Legge fallimentare è il richiamo dell’articolo 223, 1° comma, al 216). Però delle sanzioni per la bancarotta propria fanno parte non i minimi e i massimi edittali, ma anche le attenuanti e aggravanti a speciali. Il rinvio alla determinazione della pena, ricorda la Cassazione, deve essere così ritenuto come «integrale» ed è fondato sul presupposto dell’identità oggettiva delle condotte. Come pure non risulta decisivo il mancato richiamo delle pene previste per l’imprenditore individuale a quelle stabilite invece per gli amministratori delle società dichiarate fallite: per l’aggravante infatti si tratta di una circostanza e non invece di specifiche fattispecie di reato.
E la Cassazione con la sentenza n. 10201, sempre depositata ieri, chiarisce che la creazione di una newco attraverso una scissione da una società poi dichiarata fallita, con conseguente attribuzione di consistente liquidità alla prima, può sicuramente dare concretezza a quel concetto di operazione dolosa disciplinato dall’articolo 223 comma 2 numero 2 della Legge fallimentare. L’operazione dolosa, infatti, riguarda un pregiudizio patrimoniale che discende non dall’azione dannosa dell’imputato (distrazione, occultamento, dissipazione) ma da un fatto di maggiore complessità strutturale che può essere riscontrato in un’articolata inziativa societaria.

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