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Agenda digitale, Italia ancora in ritardo su strategie e risorse

L’Agenda digitale viaggia al ralenti. Sono stati approvati solo 18 dei 53 provvedimenti attuativi previsti: gli altri hanno accumulato un ritardo di oltre 600 giorni. Anche la governance è confusa. A dirlo è l’Osservatorio 2014 della School of Management del Politecnico di Milano, che ha analizzato lo stato d’avanzamento dei lavori. Le risorse finanziarie scarseggiano e una possibile soluzione potrebbe arrivare dai fondi Ue: circa 1,7 miliardi all’anno fino al 2020. E il mondo delle imprese potrebbe collaborare con la Pa locale.

L’Agenda digitale? Un’iniziativa che dovrebbe fare da booster all’innovazione, alla crescita e alla competitività, portando più efficienza nella Pa e nelle imprese.
Per il momento l’attuazione dell’Agenda va al ralenti, con modalità a volte non all’altezza delle aspettative. Inoltre i tempi si allungano “all’italiana”, con oltre 600 giorni di ritardo. Il risultato? Maggiori oneri per il sistema Paese e al contempo si allarga ildigital divide verso gli altri Paesi dell’Unione.
Questo l’allarme che lancia l’edizione 2014 dell’Osservatorio «Agenda digitale: insieme per una governance informata e partecipata» della School of Management del Politecnico di Milano, che verrà presentato domani a Roma e che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare.
La ricerca evidenzia un punto critico: il deficit nella governance. «Non esiste un piano chiaro e organico delle azioni da realizzare, non c’è chiarezza sulle risorse a disposizione e gli obiettivi indicati spesso sono generici e velleitari – si legge -. Il problema sembra una governance confusa e frammentata».
Alessandro Perego, uno dei responsabili scientifici dell’Osservatorio suggerisce: «In ambiti così complessi, con obiettivi e interessi spesso disallineati, è meglio puntare su un nuovo modello basato su un senso di urgenza condivisa non solo a parole, su una conoscenza fondata su solide basi empiriche e su una partecipazione attiva degli attori chiave come regioni, comuni, mondo delle imprese, esperti e partner tecnologici». Servirebbe poi un “luogo” dove dare sostanza a una governance informata e partecipata, un luogo indipendente, apartitico, riconosciuto dalle istituzioni e dal mondo politico, «dove sia possibile coordinare meglio gli impegni di tutti – aggiunge Perego -, in cui si incontrino le risorse e le energie di chi vuole contribuire allo sviluppo del Paese». Oltre alla Pa, questo forum dovrebbe coinvolgere le imprese, Confindustria Digitale, i tecnici, le associazioni degli utenti e il mondo della ricerca.
Nel percorso verso gli obiettivi dell’Agenda il nostro Paese ha accumulato molti ritardi, in particolare nella stesura dei provvedimenti attuativi. A livello europeo, invece, la produzione normativa per la digitalizzazione procede secondo le tappe prefissate e sono state già attuate 55 delle 127 azioni pianificate da qui al 2020 dalla “Digital agenda for Europe”. In Italia dal 2012 il governo ha adottato solo 18 dei 53 provvedimenti attuativi, tra regolamenti e regole tecniche, previsti per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda digitale, e su alcuni di questi si accumulano oltre 600 giorni di ritardo.
A fare da cartina di tornasole all’attuazione del programma è la «Digital agenda scoreboard», che misura su 111 parametri quanto i diversi paesi stanno diventando digitali. Il risultato è imbarazzante: l’Italia, il campione europeo del manifatturiero dopo la Germania, occupa le ultime posizioni insieme alla Bulgaria.
Tra gli ultimi premier che si sono susseguiti al Governo è Mario Monti, secondo Perego, quello che nell’area dell’innovazione digitale ottiene il migliore giudizio, grazie al Dl Crescita 2.0 e alla ripresa del dialogo con le parti (anche se poi sono mancati i decreti attuativi). Con Matteo Renzi, invece, «non è successo nulla di nuovo, non è stato fatto nulla sul fronte della governance» è la constatazione di Perego. Sperando di non dover arrivare a una norma «sblocca-Agenda digitale».

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