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Affonda Wall Street paura per l’inflazione e il rialzo dei tassi

Meno 1.178 punti per l’indice Dow Jones nella sola seduta di ieri: in numero assoluto è il botto più grosso della storia. Lo spettro dell’inflazione affonda Wall Street e trascina anche le altre Borse mondiali. Il bilancio della giornata di ieri, la più negativa da sei anni e mezzo, cancella tutti i guadagni dall’inizio del 2018. Nel bel mezzo del lunedì nero, Donald Trump stava tenendo un comizio nell’Ohio in cui ha esaltato « uno tsunami di buone notizie » . Non del tutto a torto: l’elemento scatenante di queste vendite massicce di titoli azionari è stato venerdì scorso l’ennesimo dato positivo sull’occupazione Usa (+ 200.000 assunzioni) unito ad una buona crescita delle buste paga. Il fuggi fuggi dal mercato azionario era stato preceduto nelle scorse settimane da un rialzo dei rendimenti dei titoli pubblici: anche quello provocato da attese di un revival dell’inflazione. Il mercato dei titoli pubblici – ben più vasto di quello azionario – è esposto anch’esso a rischi di perdite. Quando i rendimenti salgono, automaticamente cala il valore dei bond già esistenti e questo deprime i fondi comuni obbligazionari o le polizze vita che hanno investito in titoli a reddito fisso. Convergono a creare il clima d’incertezza le incognite sulle prossime mosse della banca centrale americana. La Federal Reserve ha visto insediarsi ieri il nuovo presidente Jerome Powell nominato da Trump. Powell è un repubblicano moderato che non dovrebbe discostarsi troppo dalla politica monetaria di Janet Yellen. Però l’asse politico della Fed si sta spostando verso destra, e tradizionalmente i repubblicani sono a favore di una politica monetaria più severa. Se l’inflazione ritorna, i mercati prevedono che la Fed potrebbe alzare i suoi tassi direttivi più velocemente. In passato, molte recessioni furono provocate proprio da una stretta monetaria, che rende il credito più caro per i consumatori e per le aziende. E questa ripresa americana ha già alle spalle una durata eccezionale: i precedenti statistici e i paragoni storici suggeriscono che la prossima recessione non dovrebbe essere molto lontana. In ogni caso si sta chiudendo una parentesi lunghissima, iniziata dal 2008 per curare quella crisi, che ha visto le banche centrali praticare delle terapie d’urto con acquisti massicci di bond: la liquidità così generata può avere contribuito a creare una bolla speculativa. Schiacciando i rendimenti dei titoli pubblici e altri bond, quella politica monetaria ha spinto gli investitori verso le azioni alla ricerca di risultati superiori. Quella situazione eccezionale si sta chiudendo, e anche in questo gli Stati Uniti danno il segnale della svolta: la Fed ha smesso per prima il “ quantitative easing” ( acquisti di bond) e adesso comincia gradualmente a ridurre la montagna di titoli che possiede.
Misurato in punti assoluti il calo di ieri è un record storico. Non così in percentuale, però: il Dow Jones ha perso “ solo” il 4,6% ( gli altri due indici, S& P e Nasdaq, qualcosa di meno). Questo ci ricorda che la Borsa americana era volata molto in alto e molto a lungo. Il tonfo di questo lunedì nero per adesso la riporta a 24.345 punti che era un livello considerato altissimo appena un anno fa. Gli ottimisti ad ogni costo, sottolineano che le aziende Usa continuano a fare profitti record: in aumento del 13,6% nell’ultimo trimestre dell’anno scorso. Però la lunga catena di rialzi precedenti aveva creato una situazione pericolosa. Non a caso ieri quando è scatenato il fuggi fuggi si è creata una situazione da “flash crash”: un’ondata di ordine di vendite automatici, rovesciati sulla Borsa da programmi di software, hanno provocato una sorta di “ caduta libera” concentrata su 15 minuti, poco dopo le ore 15 di New York. Come sempre, il settore finanziario sembra aver dimenticato le lezioni della crisi precedente: le banche di Wall Street da tempo premono su Washington per smantellare alcuni controlli e restrizioni introdotti da Obama; l’Amministrazione Trump ha dato ampi segnali di una deregulation che accoglie quelle richieste. Fenomeni analoghi si verificano in altre parti del mondo. Nella Borsa cinese – che fu all’origine dell’ultimo episodio di paura globale a fine 2015 – sono tornate ai massimi le puntate speculative “a debito”: investimenti in azioni finanziate grazie a prestiti bancari.

Federico Rampini

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